Per parlare di Lui
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XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Quello che hai preparato, di chi sarà?
Lc 12,13-21
#parlamidilui
Matilde, scolta del Torino 14, 21 anni
Egli disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
In questi passi del vangelo sento che Gesù ci invita a seguire un percorso diverso, che non riguarda magazzini più grandi o racconti più consistenti. Riguarda qualcosa di più grande e forte. Si tratta di un percorso verso la più profonda parte di noi stessi, che ci permette di scegliere come intendiamo portare avanti la nostra vita e nell’ interagire con gli altri . Nel mio percorso, sento che la mia ricchezza riguarda l’amore, l’amicizia, l’ascolto e tutti quegli aspetti della vita che mi permettono di raggiungere quella profondità, verso me stessa e verso il mondo. Ma accumulare capita a tutti, chi più e chi meno, è importante sapersi guardare intorno e riflettere su cosa abbiamo davvero bisogno e su come possiamo intervenire verso coloro che non possiedono nulla.
Nelle parole di Gesù vedo la possibilità di arricchirsi in modo autentico. E nel mio viaggio sto cercando di arricchirmi il più possibile di questi beni.
#parolecheparlano
Marco, capo clan del Torino 14, 33 anni
Questa Parola, in questo tempo in cui tutto si può possedere e farlo sembra l'unica prospettiva desiderabile, restituisce il respiro. Ed è proprio attraverso questa restituzione che avviene leggendo il Vangelo che scopro che il verbo "accumulare" assume significato solo se seguito da "donare".
La luce di Dio illumina un nuovo vocabolario nella mia vita: "ricchezza" – non più ciò che ho, ma ciò che do – e "servizio" – come mi arricchisco presso Dio incontrando l'Altro, incontrando Lui –.
La Parola ribalta la sintassi: ho perché dono e non il contrario. Fare dono di me è il gesto che mi fa sperimentare l'abbondanza e accogliere il senso dell'essere strumento di redistribuzione del Suo amore.
XVII Domenica del Tempo Ordinario

Chiedete e vi sarà dato.
Lc 11,1-13
#parlamidilui
Chiara, 8 anni
A me il Vangelo non piace, lo leggo solo perché voglio scoprire come è Dio.
Voglio vedere Dio.
Lo vedo attraverso Gesù.
Vedo Gesù attraverso l’amore per gli uomini, in particolare per i poveri.
Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere. Ero straniero e mi avete accolto, ero nudo e mi avete vestito. Ero in prigione e mi siete venuti a trovare, ero malato e mi avete curato.
#parolecheparlano
Marco, 37 anni, Unità di Strada, Caritas Diocesana Conversano-Monopoli
Padre,
donami lo Spirito affinché la mia vita possa santificare il nome tuo,
abbi misericordia delle mie fragilità affinché possa contribuire al regno;
insegnami ogni giorno, anche quando “non ho tempo”, a spezzare il pane con i fratelli,
e perdona i miei peccati anche quando non ho l’umiltà di perdonare,
e non abbandonarmi, mai, neanche quando la tentazione di essere onnisciente, onnipotente, scortese e poco attento alle necessità dei vicini e dei lontani mi raggiunge.
XVI Domenica del Tempo Ordinario

Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore
Lc 10,38-42
#parlamidilui
Rosanna, APLETI ets - Associazione Pugliese per la Lotta alle Emopatie e i Tumori Infantili, 51 anni
La dimensione quotidiana di una mamma trascinata da mille cose da portare a termine cercando di essere il più possibile performante, porta, a fine giornata, a credere che quanto fatto sia cosa giusta.
Così crediamo che basti essere presenti, partecipare a Messa, offrire un servizio alla comunità parrocchiale per essere dei buoni cristiani.
Ho sempre vissuto, nel limite delle mie possibilità, avendo cura di chi avesse più bisogno o donando qualcosa o del tempo all'altro ma poi un grosso "imprevisto" nella nostra vita familiare mi ha posto dinanzi ad un grosso dubbio. Mi sentivo abbandonata e colpita da Colui che ritenevo avesse dovuto proteggerci, non capivo più dove fosse e perché avesse voluto "donare" a noi questo ostacolo; egoisticamente pensavo di non meritarlo perché "ero stata buona e brava".
Si un dono non un inciampo.
Il dono del silenzio
il dono dell’ascolto
il dono dell'abbraccio spontaneo
il dono del sostegno
il dono della speranza
la consapevolezza che nel Suo silenzio e nel mio ascolto avrei trovato la forza e la via.
Non necessariamente fare e correre ma anche fermarsi,
occhi che parlano
cuori che impazzano
mani che si stringono
parole non dette
sorrisi forzati.
Si l'inciampo mi ha chiaramente fermata dal mio correre e, come Maria, mi sono messa ai Suoi piedi, in un corridoio sterile e freddo, tra le braccia mio figlio, ho pianto, l'ho pregato… non ho ricevuto risposta… ma in quel silenzio ho sentito la Sua presenza, la parte migliore che porto sempre con me.
Ne è nato un dare sincero, concreto e incondizionato, un impegno di cuore.
#parolecheparlano
Gaetano, APLETI ets - Associazione Pugliese per la Lotta alle Emopatie e i Tumori Infantili, 50 anni
Il mio silenzio come arma contro il dolore.
Il loro silenzio come sostegno al dolore.
Non servivano in quel momento quelle parole di convenienza…. coraggio, tutto passa, sei forte.
Non sarebbero solo rimbalzate nella mia testa insieme a tante altre di rabbia che già giravano in quel groviglio che era il mio cervello.
La delicatezza dell'approccio, la riservatezza, i rapporti non forzati, la professionalità e umiltà i segni che contraddistinguevano le persone che in quel momento mi si sedevano accanto.
Volti sconosciuti che accanto a me in silenzio anche per ore erano pronti a sorreggermi per la nuova e tortuosa via.
Un esserci delicato e discreto.
Per chi come me è credente, nulla è avvenuto per caso... quella via tortuosa si è trasformata in cammino di speranza. Speranza che provo a dare, in punta di piedi, offrendo il mio eccomi, senza onori e senza meriti, per dare solo un pizzico di quel che ho ricevuto.
Un servizio libero e gratuito, a volte frenetico, impulsivo e volto ad ottenere tutto subito e perfetto, così come per Marta presa dal sentimento di ospitalità buona e precisa. Questa frenesia sovente però è limitata da un sorriso o da una lacrima su un volto nuovo che è lì a ricordarti che basta un abbraccio ed un ascolto.
Ho imparato a cogliere la parte migliore, per fare nascere nuova speranza anche nel buio più pesto.
XV Domenica del Tempo Ordinario

Chi è il mio prossimo?
Lc 10,25-37
#parlamidilui
Alessandro Simonato, 41 anni, volontario dell’Associazione Popoli Insieme ODV
Una vita piena di vita passa per un elenco di cose da “dover fare”, regole da rispettare, l'agenda piena di impegni?
È così che posso incontrare il Dio della vita in tutte le cose che affollano le mie giornate?
Gesù di Nazareth mi apre una prospettiva diversa, più ariosa, più liberante.
Riporto al cuore tutte le situazioni in cui mi sono sentito a terra, dolorante, anche per mie valutazioni o reazioni disattente.
Ripenso a chi si è preso cura di me, mi ha visto, mi ha riconosciuto, mi si è fatto compagno di cammino, mi ha indicato la possibilità di sentieri nuovi da camminare in libertà, guarito.
A volte sono riuscito a farlo io stesso, lasciando da parte il mio giudice interiore.
Mi commuove che Gesù mi dica che in quelle situazioni ha trovato spazio la vita eterna. Che il Dio della vita si riconosce nella cura di chi mi si è fatto vicino.
Mi fermo e mi gusto il sapore dell'essere amato.
E osservo un soffio di vento che mi libera i pensieri dalla ricerca del “dover fare” e mi ricorda la vita che ho assaporato quando anch'io ho aperto spazi di cura, uscendo dagli schemi, rivedendo la mia agenda, nella concretezza dell'esserci, in semplicità. Anche per chi a un primo giudizio mi pare lontano: una persona straniera che richiede rifugio, chi ha idee diverse dalle mie, a volte pure me stesso.
#parolecheparlano
Marco Emanuele, 24 anni, volontario dell’Associazione Popoli Insieme ODV
Il brano del Vangelo di oggi è un mosaico di incontri molto speciali e sembra che anche la posizione in cui si trova nel Vangelo di Luca sia molto speciale!
Subito prima, Gesù ha inviato 72 discepoli sulle vie del mondo, prendendo un impegno nei loro confronti: sarà Lui a prendersi cura di loro, che vanno come pecore in mezzo ai lupi. In un certo senso, allora, la parabola che leggiamo oggi dice qualcosa del modo in cui Gesù si prende cura di noi: mettendo sulla nostra strada persone che fanno la differenza. A volte sono persone di cui ci fidiamo poco, che non pensiamo vogliano o possano aiutarci. Però, se diventiamo capaci di lasciarci incontrare con il cuore aperto, sincero e indifeso, il miracolo dell’incontro può avvenire. È quello che mi è successo quando, sei anni fa, ho vissuto la mia piccola esperienza di migrazione, lasciando Palermo e venendo a studiare a Padova. Lo ricordo come un periodo difficile della mia vita: adattarmi al cambio di contesto non è stato facile, e la pandemia di Covid-19 ha fatto il resto. Mi sentivo molto solo. La svolta è arrivata quando ho conosciuto Mohannad, un ragazzo siriano al quale mi era stato chiesto di insegnare italiano. E invece è stato lui a insegnarmi a lasciarmi toccare, a lasciarmi incontrare, ad abbattere la muraglia che difendeva il mio cuore ferito, come quello dell’uomo che andava da Gerusalemme a Gerico. Ed ecco che da Mohannad mi sono sentito curato.
Subito dopo il brano di oggi, invece, c’è la storia di due sorelle, Marta e Maria. Gesù lo dice chiaramente: Maria ha scelto la parte migliore. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un’esaltazione della contemplazione sull’azione, del valore delle cose del cielo rispetto a quelle del mondo A me piace pensare che la parte migliore è quella che ha scelto il samaritano: amare ed essere amati. E questo è più importante di qualsiasi dovere. Quando scegliamo l’amore, diamo spazio alla versione migliore di noi stessi, che è tale non per merito, ma per amore, perché c’è qualcuno che la vede meglio di come noi stessi la vediamo, che ci ama più di noi stessi.
Ed ecco la potenza dell’amore, che ci rimette in cammino anche quando ci sembra di essere caduti e di non riuscire più a rialzarci, che ci apre a un orizzonte più ampio, che diventa un annuncio della vita eterna. La mia migliore amica, un mese fa, al termine di un viaggio di servizio in Kenya che abbiamo condiviso, mi ha scritto una lettera. Riferendosi a un passaggio di un libro che cita proprio il brano del Vangelo di oggi, scrive: “Mi ha dato la sostanza, il senso, la consapevolezza ce non è solo una ricerca spasmodica di aiutare ma che si tratta di una vera chiamata, una chiamata alla resurrezione della carne e alla vita eterna. Questo passaggio ha dato un senso al contesto, non solo a quello che incontro, ma a quello che sono in quell’incontro, che scelgo di essere con e per l’altro. Scelgo di esserci, di stringergli la mano, di affiancarlo nelle asperità della vita, perché Cristo è con noi e muore sulla croce per noi. E se da un lato non so in cosa credo, credo nel coraggio di andare, nella rettitudine di rispettare, nell’umiltà di sporcarmi, nella mansuetudine del perdonare. Questi sono i valori con cui voglio abbracciare l’altro, incontrarlo non solo nelle periferie geografiche ma anche sociali, e soprattutto esistenziali, che ognuno di noi si porta dentro. Voglio provarci perché è la luce che illumina il buio, la gioia che scaccia la paura, la consolazione nella desolazione, il sorriso che riaffiora sulle labbra quando credevo che avrei avuto solo lacrime”
Ed ecco che, nell’incontro con l’altro, nel lasciare che entri nel nostro cuore, che tocchi le nostre ferite, che si prenda cura di noi, scopriamo il senso della nostra umanità, che ci comprende e trascende allo stesso tempo, superando ogni frontiera di tempo e spazio.
XIV Domenica del Tempo Ordinario

La vostra pace scenderà su di lui
Lc 10,1-12.17-29
#parlamidilui
Francesca, il Mandorlo, 32 anni
È un testo che non mi lascia indifferente, in quanto in alcuni punti non si approccia al mio modo di fare: è troppo irruento e a tratti irrispettoso.
Andare a casa degli altri e scuotere la terra sotto i nostri piedi perché non troviamo accoglienza non rispetta il mio modo di fare.
Comprendo che, però, il voler smuovere la polvere abbia un significato più profondo: quello di portare cambiamento, di riuscire a trasformare l'essere umano nel profondo, portandolo all'accoglienza e rispetto dell'altro in tutta la sua unicità.
Il potere di cui i settantadue parlano non è tanto il potere di scacciare i demoni, ma è quello di toccare i cuori delle persone e insegnare una fiamma nuova di accoglienza verso il prossimo.
La frase finale che dice "Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" fa capire proprio quest'ultimo messaggio: che è l'accoglienza e la disponibilità verso l'unicità del prossimo in tutto il suo essere sono le chiavi che aiuteranno a vivere bene in questa vita e nella prossima.
#parolecheparlano
Andrea Maria, il Mandorlo (PD), 26 anni
Signore, ti ringrazio di aver mandato proprio me. Di aver mandato proprio noi due.
Io sono strumento della tua pace perché a tua immagine. A tua immagine, perché capace di amare. Amando torno in vita, vivendo mi faccio tuo strumento per raccontarti.
La pace che scende su chi mi circonda apre la via perché tu possa farti strada. Di fronte ad essa, non c’è lupo che tenga. Possa il nostro desiderio di sporcarci le mani renderci in grado di riconoscere la messe.
Santi Pietro e Paolo Apostoli

Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli
Mt 16,13-19
#parlamidilui
+ Daniele, 54 anni, Vescovo di Ivrea
Il primato della Chiesa di Roma non è dovuto al fatto che vi risieda il Papa. Il primato della Chiesa di Roma è legato al martirio gli apostoli Pietro e Paolo. Nel II secolo d.C. i Padri della Chiesa hanno così intuito che a colui che era Vescovo dove si trovavano i sepolcri dei grandi apostoli, doveva essere riconosciuto il primato rispetto ai Vescovi delle altre Chiese.
Quando però noi pensiamo a Pietro che ha custodito la fede o a Paolo che l’ha diffusa fra tutti coloro che non avevano conosciuto il Cristo, dobbiamo tener presente che prima di aver ricevuto quei doni che li hanno resi così simili al Salvatore (gli apostoli degli Atti, assomigliano più al Cristo dei Vangeli che a se stessi), essi sono stati umiliati dall’esperienza del proprio peccato, dei propri limiti, dall’accettazione di un’umanità che non riusciva a vivere gli ideali proclamati. Prima di ricevere lo Spirito Santo gli apostoli hanno accettato di essere svuotati dalla vita, e quel vuoto dell’Io, provocato dalla consapevolezza della propria infermità o dal ricordo degli errori del passato, ha fatto spazio allo Spirito e ai suoi sette doni.
Per tutti noi, oggi, non è prevista una modalità diversa. Gli uomini e le donne “spirituali”, secondo la testimonianza lasciata dai grandi apostoli, saranno dunque coloro che non doneranno più semplicemente se stessi, ma lo Spirito che ha colmato il loro vuoto, il loro nulla… coloro che condivideranno “quel tesoro in vasi di creta” ottenuto soltanto dall’aver smesso di esser pieni di sé.
#parolecheparlano
Maria, 25 anni, Pastorale Giovanile della diocesi di Ivrea
Oggi, nella lettura del Vangelo, viviamo un forte atto di fede da parte di Pietro. "Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»."(Mt 16, 15-16)
Pietro riconosce Gesù come il Cristo, come colui che è "unto", colui che era stato annunciato dai profeti ed è venuto in mezzo a noi a portare la Salvezza.
Quindi, come questa risposta, Pietro riconosce Gesù come il salvatore della sua vita!
E noi, nella nostra vita, come rispondiamo alla domanda "Voi chi dite che io sia?" Lo riconosciamo come Signore che ci ha salvato, che ha dato la sua vita per salvarci dai nostri peccati? Oppure viviamo questa relazione in modo distante, io vivo la mia vita, la mia quotidianità e Gesù e lì, lontano da tutto ciò che è il mio essere...
E allora da oggi, vogliamo provare a cambiare e metterci in cammino con Lui: lo voglio riconoscere come il Cristo della mia quotidianità! Quando vai a scuola, al lavoro, in palestra, quando esci con i tuoi amici, riconosci che lì in mezzo a noi vive il tuo Signore e tu fai parte del popolo dei salvati grazie a Lui!!
Quindi, ogni mattina proviamo ad inziare la giornata ripetendo le parole di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".
Per vivere tutto questo, possiamo prendere come esempio Paolo: dopo aver riconosciuto Gesù come proprio Signore, ha cambiato la sua vita e l'ha vissuta con la missione di annunciare la bellezza del sentirci salvati e di vivere con Gesù al centro!
Infine ricordiamoci che con Gesù Signore della nostra vita, siamo chiamati a fare cose grandi proprio come hanno vissuto Pietro e Paolo!
Corpus Domini

Voi stessi date loro da mangiare.
Lc 9,11-17
#parlamidilui
Suor Annamaria, suore terziarie francescane elisabettine, 27 anni
La solennità del Corpus Domini mi ricorda che il nostro Dio ha scelto di farsi carne, di farsi uomo tra gli uomini e di restare tra noi per sempre. L’Eucarestia è la testimonianza per eccellenza di questo suo desiderio di comunione con l’umanità ma Gesù si fa presente e accanto anche nei fratelli e nelle sorelle.
Nel mio lavoro alle Cucine Economiche Popolari di Padova incontro quotidianamente persone che mi ricordano la folla del vangelo di Luca: bisognose di cure, di alloggio, di cibo ma soprattutto di sentirsi accolte, riconosciute, amate. Proprio come fa con i discepoli, Gesù rivolge anche a me l’invito: «Voi stessi date loro da mangiare». Non solo un cibo che nutra il corpo ma anche l’anima. Allora capisco bene la risposta dei Dodici! Davanti a certe storie di vita e a certi bisogni mi capita di sentirmi impotente, piccola; eppure quel poco che ho, se condiviso e messo a servizio, può diventare fonte di vita e sostegno per l’altro. Così mi trovo a mettere a disposizione delle persone che incontro i miei cinque pani e due pesci: del tempo per ascoltare, delle parole di conforto e di incoraggiamento, dei consigli concreti e professionali che possano orientare nel cammino, uno sguardo amorevole che non giudica ma accoglie e riconosce la dignità di ogni uomo e donna che mi sta davanti. Sono piccoli gesti che trovano fondamento nel mio essere cristiana, nell’insegnamento di Gesù, nel riconoscermi amata da Lui e nel desiderio di rispondere a questo amore. Attraverso di essi la Parola diventa vita e la vita palestra per rendere concreto il comandamento di Gesù: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12), ossia “spezzandovi” per i fratelli, facendovi dono. Forse così anche noi potremo assistere al compiersi di piccole meraviglie nell'ordinarietà dei nostri giorni, proprio come accadde per i discepoli quel giorno.
#parolecheparlano
Suor Albina, direttrice delle Cucine Economiche Popolari, 64 anni
Eucarestia ed elemosina appaiono, alla persona distratta, lontane ma chi abita spazi di silenzio in compagnia della Parola coglie la stretta relazione tra le due realtà. «L’Eucaristia, sorgente di amore per la vita della Chiesa, è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a quanti non hanno pane quotidiano.» (Papa Francesco all'Angelus del 07/06/2015).
Il legame viene colto dai frequentatori dell’Amore perché eucarestia ed elemosina sono unite dall’unico grande vincolo che è l’Amore. Il Signore fa dono della sua vita per amore, così l’elemosina sgorga da un cuore amante. Il Signore, prima di portare a compimento la sua esistenza terrena, ha liberamente scelto di restare in mezzo a noi nella forma umile del pane e del vino (Mt 26,26-29; Mc 14,22-25; Lc 22,16-20; 1Cor 11,23-25), assicurandoci così la sua presenza fino alla fine dei tempi (Mt 28,20). Nella sua vita terrena ha reso visibile l’amore del Padre verso l’umanità che lo porta ad avere compassione della folla sfinita e affamata (Mt 14,13-21, Mc 6,30-44, Lc 9, 12-17, Gv 6, 1-14); così oggi continua a nutrici con il suo corpo e il suo sangue. Il cristiano, guardando al suo Signore e nutrendosi del suo corpo e del suo sangue, non può che “lasciarsi mangiare”, donando le sue energie a bene di ogni fratello e sorella. Il cristiano può far dono della sua vita e dei suoi beni ai fratelli in situazione di vulnerabilità perché ricolmo dell’Amore e restituisce quello che gratuitamente ha ricevuto (Mt10,8). Il cristiano riconosce l’altro come fratello e sorella perché figli dello stesso Padre; fa l’elemosina come gesto d’amore verso il suo prossimo e lo fa con discrezione e rispetto. L’elemosina fatta con amore moltiplicherà la gioia perché «c’è più gioia nel dare che nel ricevere.» (At 20,35).
Sostare di fronte al grande mistero della presenza reale del Signore nell’eucarestia fa nascere un sentimento di meraviglioso stupore che porta a ad inginocchiarci di fronte al fratello e alla sorella come ci si inginocchia di fronte all’Eucarestia: «Contro ogni apparenza, a disfida dei sensi che vengono meno, ecco il Cristo in un po' di pane; in una briciola di materia creata, l'increato; l'invisibile in un attimo del visibile; l'eterno in qualche cosa che appartiene al tempo. Quando uscirò oggi dal cenacolo, il mistero, visto e adorato nell'ostia, rifulgerà ovunque: e questo povero mondo, divenuto tragicamente troppo angusto a cagione del mio materialismo, si allargherà meravigliosamente e ogni creatura prenderà le proporzioni della briciola di pane davanti alla quale mi sono inginocchiato adorando.» (don Primo Mazzolari).
Trinità

Prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Gv 16,12-15
#parlamidilui
Francesca, 27 anni e Giovanni, 27 anni, sposi da 8 giorni
“Molte cose ancora da dirvi” bastano queste poche parole a dare la misura del tempo e dello spazio del Vangelo. Come a dire “il meglio deve ancora venire”. Insomma, ci sono ancora persone da incontrare, storie da progettare, strade da percorrere.
Se da un lato questa frase può lasciarci un po’ spiazzati (Ma come? Sei il Figlio di Dio e non ci racconti tutto? Non ci spieghi il senso della vita? Non ci dici che ne sarà di noi?), dall’altro è anche vero che, su queste strade nuove, il Signore non ci lascia mai soli. Ci lascia lo stile del Vangelo, che in fondo è anche lo stile della Trinità: incontro e relazione. In altre parole, siamo capaci di essere testimoni visibili e autentici di Vangelo solo quando viviamo davvero l’amore di quelle pagine nell’incontro e nella relazione.
Forse è anche per questo che la scorsa settimana, a 27 anni, abbiamo scelto di sposarci. Perché a volte incontrare e relazionarci con il prossimo ci costa fatica, ci sembra inutile e un po’ ci fa uscire dal nostro tracciato. E allora farlo insieme aiuta a dividere il peso, a rendere meno faticosa la strada, a condividere momenti, storie, percorsi.
Farlo assieme aiuta a saper fare e disfare la tenda ogni giorno lungo la strada. A non restare sempre fermi sul monte a contemplare la bellezza del panorama, ma a portare nel mondo quella bellezza. Dove ce n’è bisogno, dove ci sono ancora strade nuove da percorrere.
“Molte cose ho ancora da dirvi”. Bene così, intanto siamo in cammino, in ascolto. Sapremo incontrarti assieme dove tu vorrai, nelle parole e nei gesti di chi vorrai, a servizio di chi vorrai.
Incontro e relazione. Dacci la strada da fare, noi mettiamo i nostri piedi.
Pentecoste

A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
At 2,6/a
#parlamidilui
Mustafa Cenap Aydin, musulmano, direttore Istituto Tevere - Centro per il dialogo
Questo momento straordinario della Pentecoste ci ricorda che il linguaggio dell’unità trascende le parole: è il linguaggio del cuore, della fratellanza e della testimonianza vissuta. Come musulmani, troviamo un eco profondo di questa verità nel Corano, quando i discepoli di Gesù rispondono alla sua chiamata con queste parole: "Siamo i tuoi aiutanti sulla via di Dio. Crediamo in Dio. Testimoniate che siamo sottomessi (alla Sua volontà)!" (Corano 3:52).
I discepoli, chiamati "Hawariyyun" in arabo, portano nel loro stesso nome il segreto della missione: la radice h-w-r ci parla di Hiwar, il dialogo nella lingua araba. Non un semplice scambio di parole, ma una comunione di intenti, una fratellanza che si fa testimonianza. La loro "lingua" non era solo quella parlata, ma quella dell’amore, dell’accoglienza e della sottomissione a Dio. Come Gesù è la Parola (Logos) di Dio anche secondo il Corano, così i suoi discepoli diventano portatori di quella stessa Parola (Dia-Logos, Dialoganti) attraverso il loro vivere insieme, oltre ogni barriera.
In questo mese mariano, a due giorni dalla Pentecoste, non posso non ricordare quell’evento del 18 maggio 2013 ( alla vigilia della Pentecoste) mi commuove ancora. Era la primissima esecuzione di un’opera musicale-teatrale (Due di Lontano) ispirata alla Madonna dei Pellegrini di Caravaggio presso la Basilica di Sant’Agostino a Roma. I cristiani, musulmani e non solo, pellegrini di lingue e fedi diverse, si sono incontrati non come estranei, ma come fratelli. Un padre agostiniano (il nostro padrone di casa) vedendo quella diversità armoniosa, esclamò: "Questa è la Pentecoste vissuta adesso!"
Perché la vera Pentecoste non è solo un miracolo di lingue, ma un miracolo di cuori che, pur nella diversità, riconoscono lo stesso messaggio: Dio ci chiama all’unità, al dialogo, alla fratellanza. Che sia attraverso la fede cristiana o la fede islamica, l’essenza è una sola: ascoltarsi, comprendersi, e camminare insieme sulla via della Luce.

Dalla Parola alla vita
Don Giuliano, direttore Ufficio Nazionale per l'Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della CEI
È importante soffermarsi e lasciarsi interrogare sia da ciò che l’autore degli Atti degli Apostoli evidenza registrandolo con la scrittura, sia sul come sceglie di scriverlo perché così è trasmesso per sempre dalla Tradizione cristiana.
Il ciò che
La folla che si raduna e rimane turbata, in realtà, sembra non essere una folla anonima. Ciascuno, di cultura, etnia e provenienza geografica diversa, è come se venisse chiamato per nome. È come se fosse conosciuto da sempre nelle sue attese, nei suoi desideri, in ciò che veramente crede e vuole credere. Questo colpisce tanto il lettore attento.
Il come
Tutto questo confluisce nel sentire che quella parola è una parla per me. Parla nella mia lingua, cioè mi conosce. Sa come penso, come ragiono: mi senti capito in profondità.
Come è possibile? Gli Apostoli sono strumenti di una parola capace di farsi capire, e farsi capire da tutti e da tutti essere ascoltata, perché questa parola è per tutti! Tocca il cuore e la mente e dà vigore alla volontà in forma rinnovata e fresca.
Ascensione

Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.
Lc 24,46-53
#parlamidilui
Francesca, 25 anni, volontaria di Croce Rossa e ambulatorio solidale
L’esperienza che sto vivendo all’interno dell’ambulatorio solidale della mia parrocchia è per me un’opportunità concreta di mettere in pratica le parole di Gesù: «Di questo voi siete testimoni». Sentirmi chiamata a servire, a donare tempo e ascolto a chi ne ha bisogno ed è proprio così che scopro cosa significhi amare concretamente, mettendo in pratica il Vangelo con gesti semplici, ma pieni di senso ed essere una testimonianza anche per gli altri. Ogni volta che, assieme alle mie colleghe, raccolgo farmaci e li dono a chi non può permetterseli o che partecipo all’organizzazione delle visite mediche gratuite, mi rendo conto che non sto solo “facendo qualcosa di utile”, ma sto rispondendo ad una chiamata: quella di essere strumento di un amore più grande, per i più fragili. In queste azioni, apparentemente piccole, sento che Dio è proprio lì, nel servizio umile e silenzioso.
Gesù promette una pace che non è come quella del mondo: una pace che non dipende dalle circostanze, ma dalla presenza dello Spirito Santo. In ambulatorio, anche nelle giornate più stancanti, quella pace si manifesta nel sorriso riconoscente di chi riceve un aiuto, in uno sguardo che si illumina, in una parola condivisa tra colleghe che ormai sono diventate più di semplici compagne di servizio.
In questa esperienza sto imparando che amare Dio significa costruire legami, farsi prossimi, condividere tempo e attenzioni. È così che il Signore si fa presente anche nella mia vita, rendendo questo servizio non solo un gesto di carità, ma un vero cammino di fede in Colui che, asceso al cielo, rimane con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
Dalla Parola alla vita
Rossella, 50 anni, volontaria di Caritas parrocchiale
Passare dalla Parola di Gesù, alla vita concreta di ogni giorno, non è sempre impresa facile perché incontri sempre motivi per non mettere in pratica, per non operare, non interessarti. In un mondo indifferente, arrogante, spesso anche violento, le opere di solidarietà e di misericordia sono un faro acceso di testimonianza! Gesù prima di ascendere al cielo chiede ai discepoli di essere “testimoni” e promette lo “Spirito di potenza” per poter essere testimoni coraggiosi, credibili, sereni e profetici. “Il mondo ha bisogno di testimoni e non di maestri” diceva il Santo Papa Paolo VI e oggi ancora di più! La mia esperienza è un’esperienza di prossimità, di vicinanza, di empatia prima di tutto. I poveri, come tutti noi, hanno bisogno di qualcuno che si interessi davvero e non solo a parole, ma con i fatti e nella verità. La testimonianza più grande che sono chiamata a dare in ambulatorio e per l’ambulatorio è quella della carità senza ma e senza se…una testimonianza concreta, visibile, mite e umile allo stesso tempo, puntuale ed efficace. Non potremo mai risolvere tutti i problemi delle tante persone che chiedono e passano dai nostri luoghi di carità, ma mostrarsi almeno interessati, coinvolti, prossimi, questo è quanto mai un punto di partenza necessario! Gesù prima di ascendere al cielo promette non solo lo Spirito Santo, forza che viene dall’alto e che sostiene la nostra testimonianza, ma promette di essere con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo! Questa Parola per me è di grande consolazione: dove non arrivo io, arriva Lui; dove non posso io, può Lui; dove manca qualcosa, Lui già provvede! Chi opera nella carità deve essere prima di tutto un uomo e una donna di fede e di speranza perché le tre virtù agiscono sempre insieme.
Signore che asceso al cielo hai promesso lo Spirito Santo, potenza che viene dall’alto: non farci mai mancare la tua presenza! Nella vita e nella missione della Chiesa sia sempre acceso quel fuoco di carità che arde e non si consuma perché la nostra testimonianza sia sempre coraggiosa, profetica e faccia vedere Te, unico Salvatore del mondo. I Santi e i Beati della Chiesa che hanno vissuto la testimonianza della carità, anche in mezzo a tante tribolazioni, ci incoraggino a proseguire il cammino per essere testimoni credibili di fede, di speranza e di carità. Amen.
VI Domenica di Pasqua

Vi lascio la pace, vi do la mia pace
Gv 14,23-29
Andrea 16 anni, Simona 17 anni, Lucia 17 anni, Luca 17 anni, Lorenzo 20 anni
Animatori dell’Oratorio Anspi Beato Alberto Marvelli, Sant’Andrea in Besanigo, Rimini
#parlamidilui
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.”
Oggi si parla tanto di pace, ma la pace di cui parla Gesù è una pace diversa da quella del mondo, che è sulla bocca di tutti (anche se poi non sembra concretizzarsi).
Allora che pace è?
Forse lui parla di una serenità interiore che può esserci anche nei momenti complicati, una pace più profonda.
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola”
Questa frase ci fa pensare che con i nostri amici, con i nostri genitori non basta solo dire “ti voglio bene” ma bisogna fare delle cose concrete, essere presente, ascoltare, fare delle cose per gli altri anche quando non ne abbiamo tanta voglia.
Dalla Parola alla vita
Signore, nell’organizzare il Grest di questa estate in parrocchia, aiuta noi educatori a mettere sempre in primo piano l’amore vero verso i bambini che ci verranno affidati.
V Domenica di Pasqua

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri
Gv 13,31-35
#parlamidilui
Giulia, scolta fuoco PD2 FSE, 22 anni
Cosa vuol dire essere discepolo di Gesù, il Vangelo è molto chiaro e diretto: diffondere il verbo dell’Amore. Spogliandosi dalla mondanità e dalle cose superficiali, l’essenziale di un vero discepolo è l’amore.
Nella nostra quotidianità può essere manifestato in ogni forma. La musica è uno strumento perfetto, mi piace fare riferimento a “Under Pressure” dei Queen in questo pezzo: “And love dares you to care for the people on the edge of the night, And love dares you to change our way of caring about ourselves”. In moltissimi passi del vangelo Gesù ci insegna la bontà e l’importanza dell’attenzione verso il prossimo. Perché Gesù giustamente dà valore alla parola Amore ed è in grado di stravolgere la prospettiva e se ci si affida a questa forza di Amore questa ci dà una giusta direzione nella vita.
Perciò date Amore incondizionatamente!
Dalla Parola alla vita
Anna, aiuto capo fuoco PD2 FSE, 25 anni
Questo Vangelo racchiude il messaggio di Amore che sta alla base della mia fede. L’ Amore incondizionato che ho sentito di ricevere anche quando pensavo di non meritarmelo è la certezza che fa da cardine alla mia fede. Vivere secondo quell’amore e secondo quella prospettiva che è la fede cristiana rende la mia vita più piena. Vorrei poter aderire ad essa ogni secondo della mia vita.
Così come l’ho sentito sulla mia pelle, vorrei poter dare questo amore agli altri. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Di certo non è una cosa semplice, ma sono certa che più amore ricevo più amore riesco a dare, con gioia.
E mi piacerebbe che dall’amore che dono agli altri, nei piccoli gesti e accortezze verso gli altri, si potesse percepire il mio senso di fede. E che non sono solo io che dono quell’Amore ma che c’è di più, Qualcuno che non risponde alla logica umana, il Signore. Che agisce attraverso di me, attraverso ciascuno di noi. Spero quindi un giorno di potermi riconoscere Sua discepola. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.
IV Domenica di Pasqua

Le mie pecore ascoltano la mia voce
Gv 10,27-30
#parlamidilui
Lorenzo, 27 anni e Emanuela, 28 anni, Vicepresidenti nazionali dell’Azione cattolica per il Settore giovani
Questa pagina di Vangelo ci offre una bellissima riflessione sulla voce e sulle mani del Risorto.
«Le mie pecore ascolano la mia voce» (Gv 10,27). Quante volte facciamo esperienza della voce. Ogni persona ha la sua. Dal tono della voce ci accorgiamo subito di come sta una persona. Il suono specifico di una voce è capace di generare dentro di noi sentimenti di gioia o di stupore ma anche di rabbia o di disgusto. Se stiamo ai vangeli che bello ricordare le prime parole che Elisabetta dice a Maria: «appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44). Sì, perché anche nel grembo della madre si fa esperienza della voce. Tutti noi abbiamo cominciato a riconoscere e ad innamorarci della nostra mamma a partire dalla sua voce. Quando ancora abitavamo dentro di lei.
Tuttavia le parole del Pastore non sono solo voce ma sono anche contenuto e sostanza. Di una voce senza contenuto, infatti, dopo un po’ ci stancheremmo così come di un contenuto senza la familiarità di una voce difficilmente ci fideremmo. Si riesce a seguire il pastore solo perché il suo contenuto è reso attraente dalla familiarità della sua voce.
Dopo la voce, le mani. Mai come nel tempo di Pasqua, Gesù ci invita abbondantemente a guardare le sue mani. «Guardate le mie mani» (Lc 24,39). dice ai suoi discepoli appena risorto e apparendo a Tommaso ripropone lo stesso gesto: «Guarda le mie mani e metti qui il tuo dito!» (Gv 20,27). Oggi ci dice: «nessuno strapperà mai le mie pecore dalle mie mani», (Gv 10,28). come nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Le mani forate di Gesù sono capaci di trattenere e di lasciar scorrere allo stesso tempo. Vorremmo anche noi mani così, ma per il momento ci accontentiamo di abbandonarci alle Sue sapendo che guariranno anche noi, che scacceranno demoni anche da noi che ci benediranno e ci rialzeranno.
È troppo poco dire che questo è il vangelo del buon pastore perché questa pagina ha la capacità di risvegliare in noi il desiderio di riconsegnarci alle sue mani con assoluta fiducia per riscoprire che la familiarità della sua voce è ancora capace di parlarci nel profondo.
Dalla Parola alla vita
Don Michele, 41anni, Assistente ecclesiastico centrale per il Settore giovani
Signore Gesù, le tue mani non sono state poi così diverse dalle nostre. Le nostre mani, come le tue, hanno il loro alfabeto e sono più aggiornate di un vocabolario. Aiutaci ad ascoltare la voce delle nostre mani e quella delle mani degli altri: cosa ci gridano quando tremano, cosa ci raccontano quando si sporcano, cosa ci descrivono quando stringono altre mani e cosa non sono più capaci di dire quando restano troppo pulite.
III Domenica di Pasqua

È il Signore!
Gv 21,1-19
#parlamidilui
Marta, Gi.Fra. Pisa, 20 anni
Sono cresciuta in una famiglia che mi ha sempre trasmesso cura, casa, accoglienza, gioia e condivisione. Sin da quando sono piccola ho frequentato il convento di Santa Croce in Fossabanda perché i miei genitori fanno parte dell’Ordine Francescano Secolare. È grazie a loro che, assieme alle mie sorelle, ho conosciuto un mondo che ora posso chiamare Casa. In questo ambiente mi sono sempre sentita accolta, ho formato amicizie profonde che vivono ancora e ad oggi, guardando alla mia infanzia e alla mia crescita, posso dire con certezza di essere sempre stata tra le braccia di Dio.
Come in ogni essere umano, però, le cose non sono sempre rose e fiori. Crescere significa anche e soprattutto mettersi in dubbio, a volte deviare strada, altre ancora cancellare dei ricordi e delle sensazioni perché influenzati dall’esterno o da noi stessi.
C’è stato un periodo, nella mia vita, in cui il mio carattere, le nuove esperienze (belle e brutte che siano), mi hanno portata ad allontanarmi da Dio. Non ci pensavo mai, a Lui, ero sempre presa dalla novità, dai miei sogni, dall’arte, dalle nuove amicizie, dalle esperienze giovani, dal teatro. In quel periodo sono cresciuta e cambiata molto, ho conosciuto persone bellissime e fatto esperienza di quello che ora è il mio sogno: la recitazione. Nel teatro vedevo e vedo ancora Dio. Ma non coltivavo quello che avevo. Ricordo che scrivevo moltissimo in quel periodo, poesie su poesie, pensieri, diari di ogni giorno. Condividevo con le persone che amavo. Ma c’erano dei giorni in cui mi sentivo affogare, in cui il senso di tutto spariva, in cui sentivo un bisogno lontano, una specie di nostalgia, di esperienze e sensazioni che non sentivo da molto tempo. Non capivo cos’era quell’angoscia che mi prendeva e mi trascinava sott’acqua, facendomi affogare. Quel caos che mi impediva di tenere le redini del carro, facendomi trascinare nella polvere. Ricordo un periodo ben preciso di quegli anni: era aprile del 2022. Sommersa dalla scuola che avevo iniziato a denigrare, con i miei ritardi e le mie ribellioni allo studio, ero sempre fuori casa, non avevo mai del tempo per me. Un giorno ricordo che tornai a casa ed ero stanchissima e stressata e mi veniva da piangere per ogni cosa. Entrai in casa e c’erano i miei genitori che litigavano, non sapevo perché. Io comunque non volevo saperne di altra confusione: ne avevo già parecchia dentro di me. Non sapevo spiegarmi perché, tutto quanto non aveva un senso, la bellezza che avevo trovato nei miei sogni svaniva perché sommersa dall’effimero, dal divertimento superficiale, dalle notti passate senza tornare a casa. C’era qualcosa dentro di me che si muoveva, che voleva uscire fuori. Così quel giorno uscii di nuovo di casa, senza sapere dove sarebbe stata la mia meta. Camminai per qualche minuto e poi mi fermai sul muretto della chiesa del mio paesino. Era aprile e c’era il sole. Mi sedetti a contemplarlo e in quel momento apparve nel mio cuore una sola parola: Dio. Ecco cos’era tutto quel non senso, quel caos, quella tristezza e quel buio che si erano appesantiti con il passare dei mesi: era la mancanza di una relazione autentica con Dio. Avevo bisogno di Lui, posto sicuro, sereno, calmo nel mio cuore. Luogo da cui mi ero allontanata per raggiungerne altri fatti di sabbia e di polvere.
In tutto questo, però, una cosa era sempre stata silenziosamente accanto a me: la Gi.Fra. e la fraternità di Pisa. Lì continuavo a sentirmi accolta, a casa e anche se in quel periodo non ci davo peso, so che era la Mano di Dio a condurmi sempre lì, dove avrei potuto prendermi cura delle mie relazioni e della mia vita.
Tutto questo però, se pur ne avessi iniziato a prendere consapevolezza, era sempre un alternarsi. Trascurare e non trascurare Dio nella mia vita.
Fino a quando, nella stessa estate, a fine luglio e inizio agosto del 2022, decisi di fare la marcia francescana. In cuor mio sentivo sempre quel bisogno di ricerca e di ritrovamento di me stessa.
Sentivo, in un certo senso, che la marcia francescana sarebbe stata importante per me. Non mi aspettavo nulla. Sapevo solo che volevo farla.
I giorni di cammino spesso erano talmente intensi, alla marcia, che mi sembrava di viverne molti più di quei 10. Eppure scorrevano velocemente ed ognuno di essi diventava un tassello essenziale che si aggiungeva dentro di me e mi alleggeriva il cuore da qualcosa a cui inizialmente non facevo caso. Mentre camminavo tra i rumori della gente, tra le parole profonde, negli attimi di silenzio, di pace e di sole, affiorava dentro di me quel bisogno lontano, qualcosa che nel tempo avevo seppellito.
Durante la marcia, mi sono ritrovata di fronte a Dio e a me stessa. Mi sono accorta più consapevolmente di chi cercavo, spesso senza rendermene conto, e di chi avevo trascurato.
Camminare, fermarsi, dare valore al tempo che mi era stato dato in quei giorni: erano opportunità per affrontare ciò che nella frenesia tendevo a nascondere. Quel tempo era uno spazio per riflettere, per fermarsi e parlare con Dio con autenticità. Non era una fuga come avevo pensato inizialmente, ma un luogo in cui inevitabilmente mi ritrovavo a fare i conti con quello che sentivo verso Dio e anche per affievolire, man mano quel conflitto che io stessa avevo creato.
Nella fatica e nella quiete emerse il mio conflitto verso Dio che prendeva forma in un groviglio di emozioni sommerse, sfocate, mai davvero comprese che col tempo avevano dato alla vita un sapore di non-senso.
Ho in mente un preciso ricordo che non credo dimenticherò mai: in una piccola grotta, una candela accesa. I miei occhi rimanevano fissi su quella luce e non volevano saperne di guardare altrove. In quello sguardo tra me e quella Luce mi sono sentita amata, vera. In quello sguardo ho sentito la mano di Dio venire verso di me. Tutto mi sussurrava “Seguimi. Fidati della mia voce.”
Lì mi sono messa in ascolto di tutto questo, dei passi che pian piano mi mettevano faccia a faccia con la mia profondità, con quel conflitto inizialmente anonimo e che non era mai stato realmente con Dio, ma forse con il timore di lasciarsi attraversare da certe emozioni e fragilità.
Da quel momento in poi, il mio modo di vivere la vita è cambiato. Perché ogni strada cresceva nella fede, nella mia volontà di vivere la fede. Per me la relazione con Dio è una mano che delicatamente ti prende, ti culla e ti porta verso un grande disegno. È una mano che si protende verso di te, che sei aggrappato ad un dirupo. A te basta solo afferrare quella mano che, nascosta o ben visibile, è sempre lì, tesa verso di te, pronta ad aiutarti, ad accompagnarti se tu decidi di afferrarla. Pronta a guidarti anche quando sei perduto e stai per cadere.
Avere fede è come coltivare delle piccole piante, prendendosi cura di loro ogni giorno. È voler essere se stessi con tutto il cuore e con tutta l’anima, è amare gli altri, il mondo e Dio, è accogliere la fragilità e condividere con i fratelli e le sorelle, è concretezza e strada certa. È attraversare il deserto ad occhi chiusi sapendo che l’unica cosa che è importante è affidarsi a Dio, avere fiducia in Lui, sapere che ha un Disegno per noi e accoglierlo. Questa è la mia esperienza di Dio. Mi aiuta a vivere autenticamente il presente, a sperare nel futuro, a non avere nostalgia del passato ma guardarlo con dolcezza. È trovare la bellezza nel creato e nei fratelli. Trovare coraggio nelle scelte difficili, non scegliere la banalità ma andare verso il mio vero essere quella che sono, figlia di Dio: Marta. Questa è la mia fede e Dio mi ha donato dei fratelli e delle sorelle per condividerla e donare amore.
Dalla Parola alla vita
Edoardo, Gi.Fra. Pisa, 25 anni
Ciao, mi chiamo Edoardo Aprile, ho 25 anni e sono un sognatore! Al momento sto studiando scienze religiose a Pisa ma il mio percorso non è stato molto lineare. Sono nato a Poggibonsi, una piccola città vicino Siena, nonostante la mia passione per l’arte, il motto ripetuto fin da piccolo era “impara l’arte e mettila da parte” che ho sempre interpretato come un mettere da parte ciò che ci piace e pensare alle cose più utili e concrete, tanto che sono stato convinto a studiare meccanica alle superiori. In quelle scuole ci sono stati dei “grandi maestri”, e non parlo degli inseganti, ma del bullismo, il sapersi adattare, il sopportare e il rassegnarsi a una vita che “non ti piace ma te la devi far piacere”. Avevo 16 anni e l’arrendermi a questa realtà cupa mi ha portato a frequentare persone poco raccomandabili e ad abusare di una e più sostanze, senza pensare troppo alle conseguenze, era solo un modo per scappare da quella realtà che pensavo di non poter cambiare, ma è nel buio che la luce è più evidente. Nonostante varie difficoltà, non so se definire il mio carattere ottimistico o ingenuo ma il desiderio di cambiare, di vivere una vita più bella e di essere una persona migliore c’era, ma in assenza di esempi e di strumenti arrancavo nel mio quotidiano, finché un giorno trovai su Youtube un video che parlava di questo “mondo interiore” che non solo potevo imparare a conoscere ma se l’avessi conosciuto bene avrei anche potuto cambiarlo. Iniziò un periodo fatto di ricerche tra video e libri, alla ricerca di personaggi o pensieri che potessero insegnarmi e ispirarmi ad essere migliore, ne uscì fuori una macedonia indefinita di religioni orientali e frasi motivazionali, ciò nonostante, mi aiutò molto a far pace come me stesso, a trovare un piccolo equilibrio e soprattutto a sperare e lavorare sui miei sogni, il mio obiettivo era arrivare a essere felice sempre, magari era impossibile ma valeva la pena provarci. Nel frattempo, frequentavo un gruppo di parrocchia ma ammetto che andavo lì principalmente per scroccare una cena e vedere qualche amico, andando avanti con gli anni la mia frequenza diventava sempre più sporadica e le relazioni divennero sempre più distaccate, tanto che dopo aver compiuto 20 anni maturai l’idea di abbandonare il gruppo definitivamente e fu proprio in quell’anno che conobbi suor Giusy. L’avevano trasferita da poco e aveva iniziato a far parte del gruppo ma non diedi molta importanza alla cosa, finché un giorno dopo aver fatto condivisione mi invitò a parlare a casa sua, ingenuamente accettai, era palesemente una trappola ma il mio miglior difetto è che mi piace fidarmi. Da quella chiacchierata uscì fuori una proposta per insegnare catechismo ai bambini… il solo pensare di accettare l’incarico mi faceva sentire un ipocrita ed ero visibilmente imbarazzato. Cercando di rifiutare l’invito in modo gentile, suor Giusy disse: “vabbè te prova, se poi non ti piace non ti obbliga nessuno”, alla fine la mia ingenuità fece da, padrona e accettai. Dopo un susseguirsi di pandemie e cose varie riuscì a fare la mia prima “lezione” su zoom a questi pargoli di prima media, ovviamente non ero da solo, ma con mio stupore mi piacque tanto. Rivedevo in loro un piccolo me, perso, senza strumenti, senza una minima idea di cosa succedeva dentro loro stessi e dicevo a loro ciò che avrei voluto sentire io, nella speranza di farli evitare tutte le testate che ho preso e che continuo a prendere dalla vita. Il tutto fu molto utile anche per me perché nel preparare le lezioni ripulii quella che era la mia idea della religione, del cristianesimo e di Gesù, si aprì un altro mondo. L’anno successivo si aggiunsero altri due ragazzi, Tommaso e Fausta, tra di noi eravamo molto diversi e venivamo da realtà molto diverse ma quella suora ci aveva pescato e qualcuno dall’alto ci aveva unito, al tempo però, nonostante le belle parole e gli incontri, non avevo fatto il mio incontro con Dio. Tutto cambiò dopo un corso fatto ad Assisi a casa delle suore angeline, il corso si chiamava “La via del Sogno” e l’unica cosa che mi piaceva era la parola “sogno” ma dopo molta insistenza dei miei due amici, decisi di andare insieme a loro. Senza fare spoiler sul corso, per me è stato fondamentale perché ho capito quanto sono importanti i sogni e come Dio è strettamente collegato a loro, ho capito che è Dio che ci mette quel sogno nel cuore e quel sogno deve essere come una stella che ci indica la direzione. Dopo quei tre giorni la mia conclusione fu capire che “se ti fidi non devi fare niente, ci pensa Lui”.
Per quanto la parte razionale fosse arrivata a questo punto, il vero incontro è stato nel viaggio di ritorno dove insieme a Tommaso stavamo facendo il resoconto dei quei giorni e siamo ritornati a quel “ basta che ti fidi”. Io stavo guidando, dritto per la autostrada ma dentro di me pensavo… mi sono fidato di tante volte anche di persone che non se lo meritavano… posso provare a fidarmi di Te… e in quel momento, come un fuoco da dentro il petto, si espandeva in tutto il corpo e una gioia e una pienezza mai sentita prima mi pervadeva ovunque. Allora è questa la sensazione di figlio amato che raccontavano le suore, quella sensazione che ti fa capire che non ti devi preoccupare di niente perché c’è qualcuno da la su che si prende cura di te e ti Ama a prescindere da tutto. Così quel ragazzo che aveva cercato fino a quel momento quella felicità, quel maestro, l’aveva finalmente trovato e iniziò un nuovo viaggio. Ora sono passati quasi 4 anni ma mi sembra passata una vita, sono successe miriade di cose, viaggi, incontri, mi sono licenziato 3 volte da posti una meglio dell’altro e ora mi ritrovo a studiare a Pisa come studente e come maestro di religione alle elementari, con il sogno di poter accendere qualche stella nel cuore di qualcuno.
II Domenica di Pasqua

Mio Signore e mio Dio
Gv 20,19-.31
#parlamidilui
Sonia, Pax Christi, 61 anni
“Pace a voi!” Sono le parole che hai rivolto ai tuoi discepoli angosciati, spaventati per la tua morte, Signore.
Tutto sembrava loro finito, perso e poi sei arrivato.
“Pace a voi!” Quanta consolazione e stupore nel cuore di quelle semplici persone nel vederti risorto.
“Pace a voi!” Le tue parole Signore sono cariche di ardore che invitano a riprendere il cammino con coraggio e gioia.
Eppure, il cuore in questo periodo è inquieto, provo a far risuonare le tue parole Signore: “Pace a voi!”
Questo è un tempo spaventoso, il nostro Cesare si preoccupa del Dio denaro ed è capace di proporre come soluzione alle disparità del mondo, solo scelte e azioni dove prevale l’uso delle armi.
Ogni giorno le immagini dei bambini palestinesi, la distruzione delle case, la guerra in Ucraina, i medici uccisi perché aiutavano i feriti, i migranti deportati come delinquenti, queste immagini seppur non possono far provare lo stesso dolore e angoscia di chi è in guerra, logorano e feriscono.
Cerco di non fermarmi, di tenere desto il cuore e la coscienza perché ho paura di abituarmi, ho paura di restare ferma, muta, complice.
Ma tu ogni giorno mi insegni che la nonviolenza è la tua parola maestra.
Aiutami Signore ad avere sempre le maniche rimboccate, ad essere sempre pronta ad agire, pregando, studiando, progettando e agendo insieme alle mie sorelle e ai miei fratelli, conservando nel cuore le tue parole “Pace a voi!”, insieme a quelle di don Tonino Bello “in piedi costruttori di Pace!”.
Dalla Parola alla vita
Michele, gruppo delle famiglie di Pax Christi e rover del Spilimbergo 1, 18 anni
Gesù,
Aiutami a cercarti non solo quando mi viene chiesto di farlo ma anche quando le mie porte sono chiuse e non cerco un contatto con te.
Guidami nei miei momenti di difficoltà e non lasciarmi essere incredulo come Tommaso, aiutami invece a mantenere la mia porta della fede aperta non solo quando metto il dito nel fianco e mi baso sul mio pensiero e sulle mie esperienze, ma anche quando faccio fatica a credere poiché non riesco a vedere e percepire qualcosa di concreto.
Fa che il mio cuore si lasci plasmare dalla tua grazia e fa che lo Spirito Santo riesca a condurmi lungo il tuo percorso di Amore per tutta la vita.
Domenica di Pasqua

E vide e credette
Gv 20,1-9
#parlamidilui
Dorotea e Maria, Laici comboniani, Comunità La Zattera, Palermo, 57 e 63 anni
Dentro questo racconto di resistenza e speranza si colloca la nostra esperienza.
Il primo giorno della settimana Maria di Magdala si recò al sepolcro ….e cosi che nel 2008, il primo giorno della settimana, inizia la nostra storia di resurrezione, la Comunità Laica Missionaria Comboniana “La Zattera”.
Una comunità di resistenza e gratuità che ha scelto per vocazione missionaria di stare dalla parte del mare, non potevamo rimanere indifferenti davanti agli echi di morte che il mare riportava a riva.
Noi crediamo che migrare sia un atto politico esistenziale, motivo per cui abbiamo fatto dell’accoglienza uno stile di vita.
Le porte delle abitazioni della Zattera hanno le chiavi appese, un gesto simbolico e concreto che parla della nostra postura, di come la soglia sia il luogo privilegiato da cui guardare e interpretare la vita.
Le tante storie di dolore accolte e rigenerate ci spingono ad una permanente e sana inquietudine; essere Zattera significa chinarsi per vedere ogni giorno nei teli posati li, i piccoli segni di resurrezione fatti di gesti semplici e umani, sentire le risate di Bakari che risuonano per le scale nonostante la dura e ingiusta esperienza del carcere, accusato infondatamente di essere uno scafista, la gioia di Karidja una giovane madre single che con forza e determinazione si sta laureando, il volto spensierato finalmente di Iman arrivata senza la mamma e dopo un periodo di separazione essersi finalmente ricongiunte, l’ allegria di Anastasia al rientro dalla scuola, la soddisfazione di Samba per avere preso la patente.
Dalla Parola alla vita
Comunità Laica Missionaria Comboniana “La Zattera”
Una pietra tombale, dei teli posati là, un sudario, il buio della notte e un lunedì mattina. Una corsa veloce tra le pieghe della vita per scorgere e riconoscere nel vuoto del sepolcro le tracce del Risorto. Una storia di nuovi inizi: un sepolcro, un luogo da dove ripartire sempre; è quello che succede nel racconto a Maria di Magdala, in corsa tra la morte e la vita, occhi sgranati, consumati dal dolore, occhi però che si lasciano sorprendere dalla certezza di una promessa custodita nei resti di un sudario che avvolge un’umanità dolente. Dentro questo racconto di resistenza e speranza si colloca la nostra esperienza. Il primo giorno della settimana Maria di Magdala si recò al sepolcro ….e cosi che nel 2008, il primo giorno della settimana, inizia la nostra storia di resurrezione, la Comunità Laica Missionaria Comboniana “ “La Zattera”. Una comunità di resistenza e gratuità che ha scelto per vocazione missionaria di stare dalla parte del mare, non potevamo rimanere indifferenti davanti agli echi di morte che il mare riportava a riva. Noi crediamo che migrare sia un atto politico esistenziale, motivo per cui abbiamo fatto dell’accoglienza uno stile di vita . La nostra casa, è una grande famiglia allargata in cui ci impegniamo a rispettare le differenze, a vivere la prossimità relazionale nei gesti ordinari della vita quotidiana, accompagnando, supportando e stimolando i percorsi di autonomia de* giovan* migrant* accolt*.. Le porte delle abitazioni della Zattera hanno le chiavi appese, un gesto simbolico e concreto che parla della nostra postura, di come la soglia sia il luogo privilegiato da cui guardare e interpretare la vita. Le tante storie di dolore accolte e rigenerate ci spingono ad una permanente e sana inquietudine; essere Zattera significa chinarsi per vedere ogni giorno nei teli posati li , i piccoli segni di resurrezione fatti di gesti semplici e umani , sentire le risate di Bakari che risuonano per le scale nonostante la dura e ingiusta esperienza del carcere, accusato infondatamente di essere uno scafista, la gioia di Karidja una giovane madre single che con forza e determinazione si sta laureando, il volto spensierato finalmente di Iman arrivata senza la mamma e dopo un periodo di separazione essersi finalmente ricongiunte, l’ allegria di Anastasia al rientro dalla scuola, la soddisfazione di Samba per avere preso la patente….In questi anni abbiamo imparato che accogliere è farsi vicini , vivere rapporti di prossimità e solidarietà, anche quando i prossimi sono donne e bambini tanto diversi da noi, le loro storie, con la durezza del loro quotidiano ci invitano a decentrarci e collocarci in una nuova angolazione, che rende le persone vicine solidali e umane.
L’accoglienza non è solo fatica ma anche opportunità, un percorso di conoscenza reciproca, lento e graduale, dove l’estraneità si diluisce attraverso la conoscenza, lo scambio e il dialogo, dove si sperimenta, nell’itineranza delle persone migranti, la nostra stessa itineranza e transitorietà.
Vuoto è il sepolcro mio Signore , nessun macigno ci potrà schiacciare, la gioia del Risorto esplode in un giardino all’alba dove ogni cosa riprende vita. Noi continuiamo a correre veloci per annunciare che Tu sei veramente Risorto in ogni volto e storia tessuta con i teli della nostra umanità
Sabato Santo

Non è qui. È risorto.
Lc 24,1-12
#parlamidilui
Adriana, educatrice della Lega del Filo d’Oro, 26 anni
«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5)
Questa domanda del Vangelo mi accompagna spesso, soprattutto quando riguardo al mio cammino. Per tanto tempo ho cercato Dio nei grandi ideali, nei progetti ambiziosi, nelle scelte forti. Ma è stato nel servizio, nell’incontro con l’altro, che ho scoperto che Lui è vivo. E non solo vivo: è presente, parla, accompagna.
Sono Adriana, capo scout ed educatrice. Vi racconto come sono arrivata a questo punto, vi racconto la mia storia.
Ero al primo anno di noviziato, e i miei capi mi proposero tre giorni di servizio alla Lega del Filo d’Oro, un’uscita con il clan. Io, di mestiere, volevo fare la commissaria di polizia: mi affascinava molto il mondo di mafia e camorra, volevo lasciare il segno nella nostra società.
Quei giorni alla Lega del Filo d’Oro mi hanno scosso profondamente. Ho avuto la sensazione di approdare in un mondo fatto su misura per me, che mi coinvolgeva profondamente. A differenza di molti, io in quel posto non ci vedevo tristezza, ma bensì tanta gioia e voglia di vivere. Mi rispecchiavo nella loro causa: poter dare una vita migliore a questi ragazzi, come un vestito cucito su misura per ognuno di loro.
Dopo questa esperienza, sono diventata volontaria della Lega del Filo d’Oro e ho svolto il mio servizio di branca RS presso la loro struttura. La presenza di alcune persone con disabilità sensoriali ha segnato tutto il mio percorso in branca RS.
In tante esperienze, era come se Dio mi stesse parlando, tracciando con pazienza un sentiero. Durante una mensa per i poveri, in una platea di quasi 300 persone, accanto a me si è seduto un bambino con l’impianto cocleare. Durante la R.O.S.S. , nel cercare ospitalità in una casa, siamo arrivati in una casa trovata per caso, e lì un labrador sordo mi è saltato addosso facendomi festa – cosa che, a detta del padrone, era molto insolita. Durante il weekend partenti, arrivata in una cooperativa per fare servizio, la prima persona che conosco è una persona non vedente.
In me maturava sempre di più la mia scelta di fede cristiana, l’idea che Qualcuno per me, silenziosamente, stesse delineando una strada. Così, quando ho dovuto scegliere l’università, ho iniziato gli studi per diventare educatrice.
Dopo qualche anno sono stata assunta dalla Lega del Filo d’Oro e mi sono ritrovata ad essere educatrice di un ragazzo, Andrea, non vedente. Un giorno, per caso, tramite una foto conservata nel suo armadio, scopro che Andrea da piccolo aveva fatto qualche anno di scoutismo. Il suo totem? “Cocorito pugliese”. Lo descriveva alla perfezione. In quel momento è come se si fosse chiuso un cerchio: tutto quello che lo scoutismo mi aveva dato per il mio lavoro – o meglio, tutto quello che lo scoutismo mi aveva dato – mi aveva delineato ciò che Dio stava preparando per me.
In quel momento ho ritrovato Dio in Andrea. Lungo la mia strada, facendo del servizio il mio lavoro, ho trovato la fede. Ho trovato Andrea. Un’ulteriore segnale, un’ulteriore conferma che ero nel posto giusto.
Da quel momento cerco di coinvolgere Andrea e anche altri ragazzi in attività con gli scout. Io e Andrea siamo dei testimoni, ognuno a modo suo. Io incontro Dio ogni giorno nel mio lavoro, e cerco – attraverso la mia testimonianza – di farlo incontrare anche agli altri. Di cogliere nella nostra quotidianità dei piccoli segnali della sua presenza.
Ogni qual volta che lo incontro, mi si stringe il cuore. E piango.
Io ho scelto di fare del servizio la mia vita.
Adriana Bufi, Ape Briosa
Dalla Parola alla vita
Andrea Gennaro Gesmundo, Cocorito Pugliese, 47 anni
Signore,
io ti ho incontrato per la prima volta nel mio Battesimo,
anche se ero piccolo, lì è iniziata la nostra amicizia.
Io ti sento vicino, sempre.
Quando sono felice e quando sono triste,
Se ascolto bene, ti sento con il cuore.
Tu sei nella gioia, grande, come il mare
sei nelle persone che mi vogliono bene,
sei nell’amore della mia famiglia.
Nel mio cuore c’è tanto amore,
e so che è tuo.
Fa’ che tu possa aiutare anche gli altri ad essere buoni,
così’ come hai aiutato me ad essere bravo.
So che tu ci sei sempre,
anche se non ti vedo.
E so che non mi lasci mai solo.
Amen.
Venerdì Santo

Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto
Gv 18,1 – 19,42
#parlamidilui
Giusy, medico palliativista, assistenza domiciliare ANT, 60 anni
In Quaresima ho vissuto la passione di Gesù attraverso un paziente: lui è Giuseppe, ci conoscevamo perché il paese dove abitiamo non è grande, in più noi abitavamo vicino, nello stesso quartiere.
Sapevo del tumore al pancreas ma le notizie non erano delle peggiori.
Fino a qualche settimana fa quando sono stata contattata dai suoi amici: espletata tutta la burocrazia, quella non manca mai, ho fatto la prima visita e lì è cominciata la nostra relazione.
Giuseppe è una persona speciale.
Ha tanti amici, a volte anche fastidiosi: non rispettano i suoi tempi lenti, tempi che hanno bisogno di recupero, tempi che hanno bisogno di tranquillità, di orari particolari per mangiare, di periodi fatti di stanchezza, momenti nei quali ha bisogno di una parola amica e discreta, non della confusione.
Mi ha colpito tanto la rete di amici che si alternano a casa sua, per tenergli compagnia, per tenerlo aggiornato, per dargli un senso di normalità.
Chiacchierando con lui, è venuta fuori una riflessione sulla Chiesa, sulla fede e sul rapporto con Dio: su questa scia gli ho proposto di vivere insieme un momento di spiritualità, di introspezione, un viaggio nella Parola. Gli ho proposto l’esperienza “Parlami di Lui”.
Giuseppe vive la malattia con dignità e con un'accettazione fatta di tranquillità, non di rassegnazione: una tranquillità senza perdita di speranza.
E’ una serenità difficile da spiegare, è la sensazione che ogni volta mi pervade nella sua casa.
Giuseppe ha una fistola sull’addome che gli si è aperta in seguito al propagarsi della neoplasia: è come la ferita nel costato di Gesù. La sopporta come, forse, Gesù ha sopportato la sua.
Dalla Parola alla vita
Giuseppe, malato oncologico, 61 anni
Perché Signore hai scelto me in questo percorso di malattia e sofferenza, perché vuoi darmi l’opportunità di purificarmi?
Perché vuoi che trasmetta questa mia esperienza?
Io credo Tu l’abbia fatto perché hai visto in me uno strumento di diffusione della fede e della forza accompagnata da una buona dose di serenità.
Io per questo posso solo ringraziarti e sento di essere in grado di recepire e trasmettere questo tuo volere.
Tutto ciò che ho detto mi viene confermato dalla vicinanza e dall’affetto di tante persone alle quali credo di avere infuso la Tua volontà.
Pertanto non mi resta che dirti GRAZIE SIGNORE.
Giovedì Santo

Li amò sino alla fine
Gv 13,1-15
#parlamidilui
Mina, missionaria e volontaria di Operazione Colomba Apg23, 46 anni
Mi è capitato, per tutto il tempo in cui sono stata in missione in Grecia, condividendo nei campi profughi con persone provenienti da paesi mediorientali, di compiere un gesto che sembra “normale” ossia: togliermi le scarpe ogni volta che entravo nelle loro tende e sedermi a piedi scalzi in quei pochi metri quadrati che facevano da camera da letto e mensa per spezzare il pane.
Nei campi profughi il sorriso, l’accoglienza per gli amici rappresentano un segno forte e vivo di gratitudine per quanto si riceve e restano intoccabili da qualsiasi dolore.
Trovandomi seduta a terra, davanti a loro, ho sempre guardato a quei piedi, che hanno lasciato la loro terra d’origine in cerca di un luogo dove essere liberi.
Piedi che hanno camminato per deserti, che hanno attraversato il mare, che hanno toccato terre unte di sangue e ingiustizie, quei piedi mi hanno mosso sempre tanta pietà e compassione facendomi pensare al gesto più umile e pieno d’amore di sempre, a quella parola, a quel gesto che Gesù ha compiuto e compie nel lavarli.
Sono certa che prendersi cura di quei piedi sia in realtà un restituire dignità.
Dalla Parola alla vita
Stefania, referente servizio anti prostituzione e donne vittime della tratta, 38 anni
Quanti piedi incrociamo nella vita di condivisione che tutti i giorni abbiamo la grazia di vivere in comunità e quante vite incrociano i nostri di piedi!
A volte sono piedi che zoppicano, piedi che un tempo saltellavano su una terra rossa che si appiccicava sopra, piedi costretti a calzare delle scarpe che non vorrebbero mai indossare costretti in una gabbia che può essere una strada, un campo profughi, un appartamento, un campo di pomodori.
Piedi che non ricordano più la via di casa e girano per il mondo in cerca di pace.
Mi è capitato spesso di pensare a quanto dovessero essere sporchi i piedi dei discepoli e con quanta cura Gesù li avrà immersi nell'acqua, accarezzati, strofinati per far si che potessero tornare alla loro bellezza naturale.
E cosa può essere la nostra vita da cristiani autentici se non il ripetere questo gesto d'amore?
Aiutati dall'Unico Maestro possa questo gesto ricordarci il senso del nostro battesimo e insegnarci a non avere paura di sporcarci le mani, a non temere di scendere nei luoghi più bui, perché là, nel servizio, troviamo la vera luce del Suo amore.
Domenica delle Palme

Oggi sarai con me in paradiso
Lc 22,14 – 23,56
#parlamidilui
Chiara, Comunità Bethesda, 45 anni
Questa parola del Signore mi parla molto della nostra vita in missione, in Kenya.
In quella terra lontana dove abbiamo sperimentato la “spogliazione” di tutte le nostre benestanti abitudini, abbiamo capito cosa voglia dire aver bisogno; cosa voglia dire la mancanza di tutte quelle sicurezze che ti fanno stare tranquillo la sera seduto in divano.
L’abbiamo capito stando alla scuola dei poveri.
Gesù è felice di mangiare la Pasqua insieme ai suoi amici; anche noi abbiamo imparato a “mangiare la Sua parola” insieme ai poveri.
Abbiamo capito cosa vuol dire sperimentare la buona notizia quaggiù.
I poveri ci hanno insegnato che la condivisione è la più grande ricchezza. Ci hanno insegnato che per condividere non serve essere ricchi, basta desiderare e saper chiedere.
Tutto questo, e molto altro, ci ha permesso di assaggiare un pezzo di paradiso, a cui tutti siamo chiamati e che tutti possiamo sognare.
Il paradiso infatti lo si può cercare nel proprio quotidiano, con gli amici: nella gioia dello stare insieme; e con chi ha bisogno: nella grazia della condivisione che arricchisce tutti.
Buona strada a tutti.
Dalla Parola alla vita
Mauro, Comunità Bethesda, 46 anni
Abbiamo sognato a lungo di partire per terre lontane.
Quel sogno si è concretizzato quando siamo partiti per la missione in Africa, in Kenya, dove siamo rimasti per tre anni, assieme ai nostri figli.
Quando siamo tornati abbiamo sentito forte la responsabilità di restituire i tanti doni ricevuti alla Chiesa che ci aveva inviato, alla comunità che ci aveva formato.
Abbiamo continuato a fare quello che ci è sempre riuscito meglio, sognare. Il sogno è sempre stato il terreno di incontro preferito che abbiamo con il Signore.
Abbiamo sognato una realtà dove famiglie potessero vivere assieme nella condivisione delle risorse e dei talenti di ciascuno, nell’ascolto della Parola di Dio e nel servizio dei fratelli più bisognosi.
Oggi viviamo questo luogo, a Padova, nella Comunità Bethesda, un paradiso dove il Signore ci ha promesso e permesso di abitare.
Quattro famiglie e sedici figli, più una in accoglienza, dove la misura del nostro stare assieme è la fraternità che ci cura e ci educa, tirandoci fuori da noi stessi e tenendoci lontani dal rischio di pensarci e bastarci da soli.
V Domenica di Quaresima

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.
Gv 8,1-11
#parlamidilui
Fabiana scolta del Bernalda 1, 18 anni
Insieme alla mia comunità̀ R/S ho intrapreso un percorso con il progetto regionale scout Agorà di Pace.
Abbiamo iniziato un capitolo sul pregiudizio e abbiamo capito che l’arma migliore per abbatterlo è l’ascolto.
Il non-giudicare gli altri richiede un percorso impegnativo. Per far questo è importante prima guardare dentro di noi, per capire le nostre debolezze e peccati.
Troppe volte ho giudicato senza fermarmi a considerare le mie mancanze, non ho avuto la forza di guardare gli altri con indulgenza.
Leggendo questa frase del Vangelo “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” mi domando: “sarò in grado di perdonare senza condannare, di guardare chi mi sta accanto con occhi di compassione?”.
So che essere testimoni di speranza e lottare contro le ingiustizie è una scelta. Una volta in particolare, quando mi trovavo in un periodo di grande confusione e incertezza, ho sentito Gesù a me vicino: era nelle voci, nelle risate e negli abbracci stretti dei bambini con cui facevo Servizio.
La Pace nasce dal perdono, non solo nei confronti degli altri, ma anche verso se stessi. Imparare a perdonare è un atto di liberazione, perché́ solo quando ci liberiamo dal rancore e dalla rabbia possiamo aprirci veramente alla Vita.
Giulia, scolta del Potenza 2, 18 anni
Gesù, davanti alla donna accusata, non risponde con la durezza della legge, ma con la logica della misericordia. Non fa finta che il peccato non esista, ma offre la possibilità di ricominciare, di scegliere una strada nuova.
Nel nostro cammino di rover e scolte, anche noi ci troviamo davanti a scelte importanti. A volte possiamo sentirci giudicati o temere di sbagliare, ma il Vangelo ci insegna che l’errore non è la fine del cammino, ma un’occasione per crescere.
Nel Clan, impariamo a riflettere prima di “lanciare pietre” sugli altri e su noi stessi.
La strada che percorriamo è fatta di cadute e di nuovi inizi, di scelte autentiche che ci aiutano a diventare donne e uomini migliori.
Come Gesù ha dato alla donna una possibilità di futuro, così il nostro percorso scout ci invita ogni giorno a guardare avanti, a non restare prigionieri degli sbagli, ma a trasformarli in esperienza e responsabilità.
Dalla Parola alla vita
Rosanna e Federico, Incaricati regionali al Settore Giustizia, pace e nonviolenza per la Basilicata, 55 e 38 anni
Come capi abbiamo scelto di misurarci con l’esperienza di visitare i detenuti di un carcere minorile con Libera.
L’ingresso è disarmante. Il rumore dei cancelli che si chiudono ridondanti alle nostre orecchie è avvilente per le nostre coscienze. Varcando quella soglia, come per gli scribi, ogni pietra viene deposta e ci si incammina verso l’ignoto. Un ignoto che dopo qualche istante si riempie di corpi che si aggirano in uno spazio glaciale, volti i cui occhi incontrano immediatamente i nostri e mani che stringono le nostre in questo vuoto affettivo. In questo tempo senza tempo, il nostro niente, forse, può per qualcuno diventare un segno di speranza.
Uscendo di lì dopo aver fatto attività insieme, il peso diventa maggiore, fatto di domande ed interrogativi su ciò che ognuno di noi potrebbe fare.
Abbiamo scelto di proporre ai nostri R/S impegnati nel percorso regionale di Agorà di Pace un cammino di servizio con i giovani detenuti perché, se stare dall’altra parte delle sbarre a volte è una fortuna che ci ritroviamo ad avere, scegliere di voler varcare quel limite vuol dire essere disposti a scoprire che non tutti sono cresciuti in contesti familiari e sociali che permettono di poter scegliere chi essere liberamente e in coscienza. Chiediamo al Signore di farci sentire tutti responsabili del 5% di bene che è in ogni ragazzo, anche di quei giovani non iscritti ai nostri gruppi scout!
Chiediamo a Dio di poter essere, per le persone che incontriamo lungo il nostro cammino, un’occasione di speranza!
IV Domenica di Quaresima

Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
Lc 15,1-3.11-32
#parlamidilui
Renato, volontario adulto Sermig
La prima volta che ascoltai Ernesto Olivero, il fondatore del Sermig, ero un giovane scout e rimasi interdetto. Aveva appena affermato che, con il Sermig e tutti gli uomini di buona volontà disponibili, voleva sconfiggere la fame nel mondo. Quel suo desiderio mi sembrava esagerato. Trent’anni fa, il Sermig era già una realtà importante ma che cosa poteva fare di fronte a quella grande piaga che coinvolgeva una fetta così importante dell'umanità?
Qualche anno dopo, quando ho avuto l'opportunità di conoscere personalmente Ernesto e diventarne amico gli ho potuto fare quella domanda che mi girava nel cuore: «Ma perché continui a ripetere che vuoi sconfiggere la fame nel mondo? Non è forse meglio dire che vuoi sconfiggere la fame in qualche regione dell'Africa, in qualche area di qualche Paese dell'America Latina? Non ti sembra esagerato?» La sua risposta mi ha disarmato e mi ha convinto. Io allora ero fidanzato con quella che sarebbe poi diventata mia moglie, Valentina. Ernesto, letteralmente, mi spiazzò chiedendomi: «Ma tu ami Valentina?» «Certamente!» risposi. «E quanto tempo vuoi stare con lei?» incalzò. «Tutta la vita» dissi «E vorrete avere dei figli?» «Se Dio li manderà, certamente!» «E ai tuoi figli vorrei dare del cibo dell’istruzione, dell’amore? Vorrai che trovino buoni amici da grandi?» «Ma certo, Ernesto, ma che domande mi fai?» E lui mi disse sorridendo: «È lo stesso sogno che abbiamo io e mia moglie Maria. Solo che, dall’inizio della nostra storia insieme, abbiamo capito che, quando uno ama davvero, ama senza confini, smisuratamente. E così abbiamo cominciato a desiderare che quell'amore, quelle cure, che volevamo giustamente per i nostri figli fossero rivolte a tutti i bambini del mondo. Non volevamo che quell'amore che ci legava profondamente come famiglia fosse in qualche modo contenuto e limitato all’interno del nostro nucleo familiare. Sentivamo il bisogno di coinvolgere tutto il mondo, a partire soprattutto dai più poveri e dimenticati. Abbiamo sempre sentito di appartenere ad un'unica grande famiglia umana».
Dopo quel discorso tutto è apparso sotto una luce diversa: anche la possibilità di sconfiggere la fame nel mondo non sembrava così remota. Al Sermig proponiamo un ragionamento: la popolazione che soffre la fame è circa il 15% di quella mondiale. Vuol dire che l'85% ha da mangiare! Significa che, se si distribuissero equamente le risorse, tutti potrebbero vivere dignitosamente. Allora perché non accade? Perché alla fine le divisioni, le ingiustizie, le contrapposizioni, il razzismo, il fanatismo e le intolleranze ci impediscono di essere fratelli e sorelle, membri di quell’unica famiglia umana di cui il Vangelo parla.
Quelle parole, quell’esempio e quel ragionamento dalla testa mi sono entrati nel cuore. Mi hanno cambiato la vita. E hanno cambiato la vita della mia famiglia. Hanno mutato lo sguardo con cui guardo la realtà. E, soprattutto, mi ha risvegliato la coscienza. Mi ha fatto capire che tocca a me, a partire dal metro quadrato in cui vivo, alla mia comunità. Con il mio poco posso davvero fare la differenza. Una coscienza dopo l'altra possiamo costruire mentalità nuove, soluzioni e atteggiamenti creativi e originali. Ma soprattutto relazioni nuove in cui la giustizia e l'amore possano convivere.
Dalla Parola alla vita
Anna Chiara, giovane volontaria Sermig
Ci sono incontri che ti cambiano la vita, parole che ti riempiono di senso.
Nella mia esperienza, l’incontro con Dio è passato dall’incontro con persone credibili, che provavano a vivere una Parola con la P maiuscola. Ho iniziato a frequentare il Sermig da adolescente, avevo 16 anni, ed ero andata all’Arsenale della Pace per un campo estivo insieme al gruppo giovanissimi della mia parrocchia. Di quell’esperienza mi ricordo i sorrisi, la serenità e un senso di profondità nelle persone che avevo incontrato, in particolare di chi aveva messo in gioco tutta la sua vita nella Fraternità della Speranza. Persone non centrate su loro stesse, ma sempre rivolte agli altri, a volte con fatica ma senza risparmiarsi. Persone semplici, non perfette, ma disponibili.
Erano gli anni in cui si affacciavano al mio cuore le domande di senso, in cui mi chiedevo il perché del mio esistere e chi ero chiamata ad essere. Al Sermig, quelle domande diventavano grandi e avevano sempre un respiro ampio, allargato al mondo. A volte sembravano esagerate, ma mi veniva detto che quelle domande riguardavano anche me! È possibile abbattere la fame nel mondo? È ancora possibile credere nella pace?
A volte, noi giovani, abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa che, come è successo al figlio minore nella parabola del Padre misericordioso, ci faccia “tornare in noi stessi”. Ci aiuti a riprendere coscienza di chi siamo e di qual è la nostra parte di bene, la nostra responsabilità verso questo mondo, in questo tempo.
All’Arsenale della Pace ho imparato che è possibile, ogni giorno, dire un Sì e fare una piccola o grande scelta per cambiare il mondo che viviamo: si tratta di vivere la Restituzione. Restituiamo, ogni giorno, qualcosa di noi stessi, le nostre capacità, idee, tempo, risorse… perché capiamo che nulla ci appartiene del tutto. Che tutto è un dono, solo per il fatto di non aver scelto il luogo o l’epoca in cui nascere. Restituiamo perché è un atto di giustizia. Restituiamo, da cristiani, perché è una scelta d’Amore, serenamente convinti che il poco che possiamo mettere nelle mani del Padre, affidato a Lui con fede, verrà moltiplicato e distribuito a tanti. Basta la mia disponibilità!
Quella piccola disponibilità, per me, è significata mettere in gioco la mia vita e scegliere di intraprendere il cammino di formazione per la vita consacrata nella Fraternità della Speranza del Sermig. Un piccolo Sì da rinnovare, curare a far crescere ogni giorno!
Aiutami, Padre, a non aver paura di tornare a Te, ogni giorno, anche con il mio poco.
Aiutami, Padre, a riconoscermi sempre figlia amata, anche nella fatica e nell’errore.
Aiutami, Padre, a riconoscermi sorella di ogni persona che incontro, a condividermi e a restituirmi, come hai fatto Tu.
III Domenica di Quaresima

Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
Lc 13,1-9
#parlamidilui
Vincenzo Fasanella, 20 anni, Studente in Biotecnologia, Circolo Laudato Si’ – Aversa “Vanvitelli”
«Convertitevi, dice il Signore, il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17), questa l’acclamazione al Vangelo del giorno che diventa per noi un monito al cambiamento.
La parola di Gesù «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» non è una minaccia quando, parlando al popolo di Gerusalemme, condivide una riflessione sulla fragilità della vita partendo da due episodi di attualità: la repressione delle truppe di Pilato e la morte di alcuni operai nel cantiere della torre di Siloe. Come si farebbe in una conversazione familiare o in mezzo un gruppo di amici, il Signore invita i presenti a prendere coscienza del fatto che la vita non è scontata, che ciascuno è fragile.
Come quegli uomini che hanno vissuto momenti improvvisi di violenza, di incertezza, di vulnerabilità e che dalle parole di Gesù sono chiamati alla conversione; anche noi dobbiamo chiederci se stiamo “vivendo correttamente di fronte a Dio”.
Nati in un’Europa di Pace, abbiamo improvvisamente scoperto che questo valore non è eterno e che giorno dopo giorno deve essere “coltivato”. La nostra attualità – che non ha nulla di differente da quella degli uomini del Vangelo – ci interpella: ogni giorno possiamo essere colti di sorpresa e non avere il tempo di reagire. La comparsa improvvisa di esplosioni di violenza, incidenti o disastri naturali rappresenta un richiamo alla realtà che scuote dalla leggerezza di vivere come se Dio non fosse presente, inducendo a una riflessione profonda e a un desiderio di conversione per ristabilire ordine nella propria vita.
Dalla Parola alla vita
Angelo Cirillo, 30 anni, Vice-Direttore Pastorale Sociale della Diocesi di Aversa, Circolo Laudato Si’ Aversa “Gratis Accepistis”
Viviamo il tempo di questa quaresima come l’anno in più raccontato nel Vangelo di oggi. Come nella parabola del fico, ciascuno di noi – in special modo chi è impegnato nel servizio pastorale – è chiamato a fare un esame. Se il Signore chiamasse ora, in che modo andremmo da lui?
I due episodi del Vangelo fanno riflettere sulla condizione umana, la fiducia che abbiamo in noi stessi e quella che riponiamo nel nostro operato. L’invito di Gesù a convertirci richiama ciascuno ad avere fede.
Nella vigna in cui è piantato il “fico sterile”, protagonista è il vignaiolo che con la sua vita e con il suo lavoro sceglie di avere “fiducia”; in controtendenza alla scelta di profitto del padrone. Il vignaiolo ha speranza nella terra e nel lavoro.
La terra della vigna dovrà essere zappata e concimata affinché il fico «porti frutti per l’avvenire» così che il padrone possa avere la sua ricchezza. Quella del vignaiolo, invece, non viene dallo sfruttamento di una risorsa ma sta nella capacità ad aprirsi a nuove opportunità di vita; la sua ricchezza risiede nella volontà di avere cura e nel suo stesso lavoro. La ricchezza quindi non è più soddisfare il proprio bisogno perché il semplice possesso di questa porta alla dispersione dei beni. La vera ricchezza – come racconta l’Apostolo Paolo – è quella che ci è data in dono affinché possa essere vita generosamente offerta.
La cura del fico nella vigna, quindi, è una metafora della conversione cui ci ha chiamati Gesù all’inizio del racconto, è il primo gesto per essere pronti quanto il Signore verrà. Il coltivare è quel segno di fede del quale si parlava all’inizio: l’agricoltore sa bene che il seme gli è stato donato come ricchezza prodotta dalla terra, ma quando semina non trattiene per sé quella ricchezza, con ampio movimento del braccio aprendo la mano, lancia il seme, la sua ricchezza sulla terra, fiducioso che dove cadrà germinerà.
II Domenica di Quaresima

Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d'aspetto.
Lc 9,28-36
#parlamidilui
Suor Maria Marcella Scarciglia, Monastero Clarisse Eremite, Fara in Sabina (Rieti)
Gesù, da quando sono in monastero, è come se nella mia vocazione si rinnovasse ogni giorno quel tempo di Grazia sul monte Tabor.
Insieme ai nomi di Pietro, Giacomo e Giovanni, è risuonato anche il mio: Marcella.
Qui, sul Monte di Fara, nel silenzio della vita contemplativa, mi doni di gustare la bellezza della tua Gloria, di sperimentare la Tua presenza che trasfigura il mio volto e tutta la mia vita.
Il Tuo Amore fa nuove tutte le cose: fa nuovo il mio sguardo, il mio modo di ascoltare, fa nuovo il desiderio di un nutrimento spirituale sempre più profondo, fa nuova quell'intimità sponsale che permette a me di profumare del tuo stesso profumo.
Ti rendo lode, Gesù, perché nella Tua infinita bontà mi hai chiamata qui sul Monte della vita eremitica, dimostrando, ancora una volta, di conoscere il mio cuore più profondamente di me stessa: più vivo questa Tua chiamata, il Tuo sogno per me e più me ne innamoro, più divento me stessa, più raggiungo la pienezza del mio essere.
Anche se apparentemente "chiusa" tra quattro mura, continuamente nella preghiera davanti al tabernacolo, con Te, Gesù, dialoghiamo del mondo, delle tante persone che nella mia storia mi hai fatto incontrare, condividiamo come generare il Bene in tutta la creazione, portiamo insieme le fatiche e le sofferenze dell'umanità, chiediamo al Padre che ognuno possa riscoprirsi figlio amato e benedetto.
Che meraviglia!
Il mio cuore esulta di gioia per questa chiamata all'Amore e l'Amore chiede sempre una donazione totale!
Dalla Parola alla vita
Giulia Camagni, Roma 40, Clan Destino. 18 anni
Gesù, tu che portasti i tuoi più cari apostoli sul monte per condividere con loro l’intimità del tuo dialogo col Padre, ti ringrazio per aver portato anche me. Hai operato nel mio cuore infondendomi il desiderio di partire e raggiungere quel monte che per me si materializza nel mio tempo in questo monastero che mi ha ospitato lungo la mia strada. E qui, sul monte, mi hai aiutato a conoscerti meglio attraverso le parole di chi ho incontrato, mettendo i primi tasselli per la costruzione di una relazione più personale e profonda.
Tu che ti sei trasfigurato davanti agli apostoli come segno della bellezza della relazione con Dio e del suo amore incondizionato per me, aiutami a far cadere le mie barriere e le mie maschere perché possa pienamente lasciarmi trasformare dall’incontro con Te.
Aiutami a rimanere vigile e attenta come Pietro, Giovanni e Giacomo senza abbandonarmi al sonno, alle distrazioni, o alla pigrizia per poter percepire i tuoi segni che si manifestano in maniera, molte volte, impercettibile, non riuscendo a comprendere a pieno il tuo linguaggio e il tuo modo d’agire.
Gesù, tu che mi parli attraverso i miei desideri dammi la fame di un nutrimento vero e la voglia di ricercare la pienezza nell’incontro con te perché possa anche io trasformarmi nel tuo Amore.
I Domenica di Quaresima

Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo.
Lc 4,1-13
#parlamidilui
Scolte e Rover del Gruppo Agesci Trieste 6
Lo Spirito guida Gesù nel deserto. Ma perché? Il deserto è un luogo inospitale, arido, di solitudine, di isolamento.
Oggi per noi paradossalmente il deserto può avere la forma dei mille stimoli che riceviamo: la scuola, l'università, gli amici, i social. È difficile districarsi tra le tante informazioni che riceviamo, tra le molte distrazioni che ci impediscono di vivere pienamente. Il deserto è allora luogo delle scelte decisive, dei passaggi cruciali per la nostra felicità. A volte è facile farsi attrarre da grandi promesse, col rischio di scoprire che abbiamo percorso una strada vuota.
È forse così che il diavolo si manifesta. Con toni lusinghieri e apparentemente per il nostro bene, ci induce a fissare lo sguardo solo su noi stessi, sul nostro bisogno di soddisfazione immediata, di potere, di apprezzamento da parte degli altri. Ci fa credere che questa sia la strada per la felicità, e invece ci ritroviamo delusi e infelici.
Gesù zittisce il diavolo non basandosi sulle proprie forze, ma sulla parola di Dio, ascoltata e pregata. Alle continue lusinghe non si lascia convincere a pensare solo a sé stesso. Anche noi grazie al servizio in questi anni abbiamo sperimentato che è dedicando gratuitamente il nostro tempo ai ragazzi, senza chiuderci su noi stessi, che la nostra vita si riempie di senso e di gioia.
Ecco quindi due bussole per il nostro cammino giubilare, strada per la felicità: l'ascolto della Parola e il servizio al prossimo.
Dalla Parola alla vita
Giulia, Monastero di Bose, 36 anni
Dopo il battesimo nel Giordano, momento in cui Gesù sente una voce dal cielo che gli dice “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22), Gesù, “pieno di Spirito Santo” (Lc 4,1), si allontana dal Giordano, “guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2). Forse ci appare un po’ ridondante che l’evangelista in uno stesso versetto nomini due volte lo Spirito Santo. Ma questa sottolineatura è per dire che l’andata nel deserto di Gesù non è casuale e per suggerire che quanto accadrà subito dopo non è vissuto da Gesù in una solitudine che sa di abbandono, ma in una solitudine abitata dalla presenza dello Spirito Santo.
Per 40 giorni Gesù è tentato dal diavolo, ma questa tentazione diventa dialogo nel momento in cui Gesù ha fame, in cui è più debole. La voce del diavolo fa ipotesi (“se tu sei…”) che mettono in discussione altro, cercando di insinuare dei dubbi in Gesù nel suo rapporto con il Padre. Cosa vuol dire che sei il Figlio di Dio se sei qui nel deserto a patire la fame, se non hai alcun potere in questo mondo o se non puoi fare quello che vuoi?
Già. Cosa vuol dire essere Figlio di Dio? È la buona domanda che il vangelo rivolge oggi, anche se con l’insolita voce del diavolo. La rivolge a Gesù, ma anche a ciascuno di noi, che siamo, anche noi (!), figli e figlie di Dio. La lotta dei nostri deserti quotidiani è non arrendersi al pensiero che questi momenti duri della vita li stiamo attraversando da soli, abbandonati, da orfani.
Gesù era pieno di Spirito Santo, dicevamo all’inizio. E riesce proprio per questo motivo, ricordandosi di essere in compagnia di questo alleato a lottare contro il diavolo (che etimologicamente significa avversario) e le sue tentazioni. Gli strumenti che usa per questa lotta sono semplici: la preghiera e la meditazione della Parola.
Infatti Gesù risponde sempre al diavolo citando sapientemente la parola di Dio. Anche il diavolo nella terza tentazione cita la Scrittura, ma la differenza è fondamentale: Gesù la cita in un modo che decentra da sé e dai suoi bisogni, il diavolo ponendo i (presunti) bisogni di Gesù al centro. Sembra una scorciatoia facile, ma è una trappola. Ecco il movimento che possiamo fare nella lotta spirituale con l’aiuto dello Spirito Santo: uscire da noi, allargare lo sguardo, non essere l’unico metro di giudizio di quanto viviamo, vedere, insomma, che non siamo soli.
Il brano termina con la fuga in solitaria del diavolo. Gesù, invece, riprende il cammino, e non è solo, ma “con la potenza dello Spirito Santo” (Lc 4,14).
Che il cammino di questa quaresima possa iniziare per tutti noi come una sana lotta con l’avversario e le solitudini che ci abitano, per scoprirci amati dal Padre e in compagnia dello Spirito Santo, lui che è stato donato ed effuso sulle discepole e sui discepoli di Gesù a Pentecoste.
Mercoledi delle ceneri

Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Mt 6,1-6.16-18
#parlamidilui
Raffaella, Responsabile ACR Diocesi di Avellino, 27 anni
Ho sempre visto questa Parola come un insieme di suggerimenti che Gesù ci dona per aiutarci a vivere in maniera santa la Quaresima. È importante scandire i tempi della nostra vita e dare loro un ordine, creando una gerarchia. Il tempo di Quaresima, come quello di Avvento, va vissuto in maniera particolare e più intensa rispetto agli altri. Il cuore, la mente, l’anima e anche il corpo devono predisporci a vivere bene questo tempo, per riuscire ad accogliere quanta più Grazia possibile che proviene dai misteri, come quello della Resurrezione.
Alla base di questo tempo che vivremo c’è la preghiera, il dialogo con Gesù, un dialogo intimo, intriso della volontà di approfondire la relazione personale con Lui:
“Gesù, in questi 40 giorni ti faccio compagnia nel deserto, sto con te, entro e attraverso anch'io il deserto e, alla fine di tutto, quando sarai lì su quella croce, io ti terrò stretta la mano, perché quel tuo dolore voglio farlo mio, voglio condividere tutto con te.”
Questa è la predisposizione della mia anima in questi giorni, ciò che il mio cuore desidera.
Anche il digiuno può aiutare a consolidare la relazione personale con Gesù: spesso mettere a tacere i bisogni fisici e umani per ascoltare quelli spirituali può rivelarsi la chiave di una profonda conversione. Con l’elemosina, poi, volgiamo lo sguardo non solo a Gesù, ma anche a chi ci sta accanto, allenando così i nostri occhi a uno sguardo attento sia dentro che fuori di noi.
Quanto è ancora vera e attuale questa Parola? C’è sempre in noi un bisogno umano di riconoscenza, di acclamazione, di emergere rispetto agli altri, di mostrare ciò di cui siamo capaci. Riconoscere questa fragilità è il primo passo per riuscire a debellarla, perché non è questo che ci renderà felici.
La nostra ricompensa è ben altro: è molto di più di un grazie da parte di un amico, di un buon voto a un esame, di un titolo, di una carriera eccezionale. La nostra ricompensa è un posto nel cuore di Gesù, è camminare con Lui per tutta la vita, è la certezza di essere amati. È la speranza che anche il sacrificio e il donarsi a Lui in questo modo siano una chiamata a essere volti radiosi e freschi, anche quando umanamente ci costa farlo.
Anche e soprattutto in Quaresima siamo chiamati ad essere testimoni della Resurrezione, perché siamo i discepoli del giorno dopo, quelli che sanno che la croce ha un inizio e una fine, mentre la Resurrezione è per l’eternità.
Dunque, caro amico, in questi giorni che verranno “profumati la testa e lavati il volto” più di ogni altra volta, perché Gesù ci chiama a una grande responsabilità: essere Luce!
E Luce sia!
Buon Cammino luminoso!
Dalla Parola alla vita
Alumera, grafico creativo follemente innamorata di Dio, 35 anni
Eccoci qui, Signore, al confine di questo nuovo deserto da attraversare.
Scalzi. Spogliati.
Buttiamo giù le maschere e teniamo con noi solo tre punti cardine per non perderci tra la polvere: la preghiera, il digiuno, la carità.
Donaci Tu, con il soffio dello Spirito Santo, un cuore capace di entrare nel più intimo incontro con te e che non ci tentino la gloria, la fama, le lodi del mondo ma che i nostri volti siano la luce del sacrificio interiore a te donato, che le nostre opere siano silenziose preghiere del dialogo con te, e che il nascondimento sia nostro maestro per essere testimoni della tua infinita tenerezza, mitezza e compassione.
Fa’ che i nostri volti portino nel mondo il profumo della tua Resurrezione, perché vivere di Te, con Te e per Te è la nostra ricompensa.
VIII Domenica del Tempo Ordinario

La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Lc 6,39-45
#parlamidilui
Marianna, novizia Valenza 1, 16 anni
In questo anno di Noviziato mi sto avvicinando sempre più al Servizio. E questo passa anche dall’esperienza fatta l’estate scorsa a Lourdes. Tutto questo mi ha fatto capire che dedicare del tempo agli altri, al Prossimo, ci dà la possibilità di imparare. “Guardare“ e non “vedere” l’altro, vivere un pezzo di strada insieme, mi fa capire quanto fortunata, supportata e amata io sia.
Impegnarsi a servire ci mette nella posizione di riconoscere la nostra situazione, riuscendo a trasformare quel Servire in una cosa quotidiana.
La realtà diventa così il prosieguo, il campo di prova di quello in cui crediamo, della nostra fede. Ma la realtà è dura, difficile da riconoscere e ammettere: il rischio di mettersi una maschera è dietro l’angolo. E così menti a te, menti agli altri.
Per servire le maschere non servono. Anzi! E il Signore riconosce questo atteggiamento, comprende la mia natura e le mie possibilità. E mi permette di esprimere davvero ciò che c’è nel cuore.
Dalla Parola alla vita
Giorgio, capo scout Valenza 1 e Foulard Bianco, 34 anni
[…] Quante volte, specialmente nel Servizio, corriamo il rischio di perderTi di vista e di crogiolarsi in quello che sappiamo fare. Ma è grazie ai “piccoli” che tu ci metti davanti che ci richiami a Te, a un Amore che guarda oltre la superficie delle cose.
A Lourdes ci vengono tante persone, ognuna diversa dall’altra, ciascuna con qualcosa che la muove: un invito, una domanda, un “grazie”. Se penso a un luogo, mi immagino la Grotta di Lourdes, davanti alla quale non si può passare indifferenti.
Quanti frutti sbocciati da quel luogo. Anche da “alberi” che mai avrei pensato: davvero sei grande Signore!
Perché quella trave nel nostro occhio è pensate: solo tu puoi toglierla. E così, con Te, anche l’albero più sottovalutato può portare molto frutto.
Basta imparare da Maria a dire il nostro “Eccomi”. E cercare di guardare l’altro per quello che è: una persona.
VII Domenica del Tempo Ordinario

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Lc 6,27-38
#parlamidilui
Elena, Segretaria nazionale del Movimento Studenti Azione Cattolica (Msac), 23 anni
Francesco, Vicesegretario nazionale del Movimento Studenti Azione Cattolica (Msac), 21 anni
Amare i propri nemici.
É il cuore del Vangelo di questa domenica: non è un optional o un'esortazione vaga, ma un comando rivolto soprattutto a chi vuole essere suo discepolo. Gesù sa benissimo che questa richiesta potrebbe andare oltre le nostre possibilità; non vuole, tuttavia, lasciarci così come siamo, ma renderci persone nuove mettendo in pratica il suo esempio. Desidera che in ogni persona l'amore trionfi sull'odio e sul rancore.
Ascoltare Gesù è sforzarsi di seguirlo anche quando costa. É diventare capaci di cose che mai si sarebbe pensato di fare o dire. É comprendere che parole aggressive e gesti violenti ledono la dignità non solo di chi le riceve ma anche di chi le compie.
Questa è la rivoluzione della misericordia.
Dalla Parola alla vita
Luigi, Assistente nazionale del Movimento Studenti Azione Cattolica, 42 anni
Signore,
le tue parole sono un seme di novità in questo mondo, poco abituato alla cultura del dialogo e della misericordia.
Permettici di comprendere che il perdono, l'accoglienza dell'altro e lo sforzo di costruire ponti non sono illusioni di svagati sognatori ma visione profetica di chi immagina possibile un mondo diverso.
Converti i nostri cuori, insegnaci a non tener conto dei torti subiti e a dare valore ai gesti di perdono.
Signore Gesù,
ci hai mostrato la strada, aiutaci a percorrerla con cuore libero e generoso.
VI Domenica del Tempo Ordinario

Beati i poveri. Guai a voi, ricchi
Lc 6,17.20-26
#parlamidilui
Marco, Amico senza fissa dimora, Monopoli, 57 anni
Ogni mattina, quando mi sveglio, mi sento felice. Mi manca tutto. Vorrei un letto, una camera tutta per me, uno spazio dove tenere le mie cose e stare tranquillo. Non è possibile per tanti motivi, anche per le mie scelte. In realtà, non mi sento proprio povero. Ci sono tante persone che hanno più problemi di me, per esempio quelli che in massa vivono nelle stazioni delle grandi città. Non mi sento povero perché ho Gesù. Non sono una persona che frequenta la Chiesa e va a Messa, però so che Lui è con me. È Lui che mi offre il respiro, è Lui che mi da l’aria per vivere, nonostante tutto. È Gesù che mi rende felice anche se non ho nulla, perché mi fa incontrare persone che mi offrono qualcosa e soprattutto vogliono parlare con me e così posso socializzare. Non voglio essere solo e Lui non mi fa mai sentire solo. Sono felice perché povero, sono felice perché conosco persone che mi aiutano ed io mi sforzo di aiutarli, facendoli sorridere.
Dalla Parola alla vita
Michele, Direttore Caritas Diocesana, 43 anni
Signore, mi rendo conto che la tua Parola non è solo carta scritta ma ha la forma e la voce di coloro che incontro.
Dinanzi ai poveri ho sempre in mente la domanda su come essere di aiuto.
L’incontro con loro mi rigenera sempre e mi fa gustare la fatica e la bellezza di relazioni con volti e storie tutte originali.
Ti ringrazio, Signore, per i loro nomi, i loro volti e le loro storie.
Signore, oltre a provocarmi la loro povertà, mi provoca spesso la loro beatitudine.
Avverto la loro semplicità nel chiedere e la loro autenticità nella fiducia e nella relazione.
Mi rendo conto che, nonostante le mie e le nostre contraddizioni, Tu non vieni meno alla tua promessa.
A chi non ha nulla e a chi è stato tolto tanto o addirittura tutto, Tu ci sei e doni forza di vivere.
Mi rendo conto che dietro le mie e le nostre parole sulla fraternità, Tu parli in maniera efficace in coloro che sono poveri, rendendoli ricchi di Te e di fraternità.
Permettimi di chiederti una cosa, Signore: mentre ispiri a tutti strade per accompagnare questi nostri fratelli e sorelle considerati ai margini, aiutaci a riconoscere in loro il segno luminoso della tua promessa di felicità da te mantenuta.
V Domenica del Tempo Ordinario

Lasciarono tutto e lo seguirono
Lc 5,1-11
#parlamidilui
Michele, Seminario Arcivescovile, Lecce, 19 anni
La mia conoscenza di Gesù è iniziata dalla più tenera età, circa a 7 anni, da quando iniziai a servire nella Messa come ministrante. Una mia prima decisione presa personalmente. Da quel momento ho sempre cercato di comprendere chi fosse e che persona fosse Gesù. Un amico, un confidente, uno dei pilastri della mia vita: questo è Gesù per me. Come in tutte le amicizie, per far si che il rapporto cresca bisogna conoscersi, affidarsi, essere sinceri… Mi sono affidato a lui non solo nei momenti di bisogno ma anche in quelli gioiosi. Ho sentito particolarmente la sua vicinanza nel momento in cui dovevo prendere altre decisioni e, nonostante la difficoltà di questo passaggio, lui c’era, ed era lì con me. Mi sosteneva. Cristo, è amico senza giudicare. È proprio questa la particolarità che mi ispira fiducia in lui.
Dalla Parola alla vita
Tony, Rettore del Seminario Arcivescovile, 41 anni
Essere in cammino
L’episodio in cui Gesù si affianca ai due discepoli diretti verso Emmaus, aprendo loro una esperienza di riconoscimento e di stupore, è probabilmente l’emblema della nostra storia particolare e della storia di comunità che sono legate dal desiderio di seguirlo.
È questa anche l’esperienza che si prova a vivere all’interno della comunità vocazionale del Seminario, nel nostro caso di un seminario diocesano rivolto ai liceali. Si tratta di una piccola comunità di ragazzi e giovani in cammino, mossi dal desiderio di dare un nome e un volto a quella interpellanza a prendersi cura del mondo e della realtà a noi affidata con generosità e, magari, totalità.
Condividiamo insieme una parte della settimana e quindi la vita di ogni giorno nella sua semplicità, costituita dalla scuola, frequentata con amiche e amici di tutt’altra provenienza, dai momenti conviviali e da opportunità formative. Una piccola comunità formata dai ragazzi, dagli educatori e dai responsabili che prova a lasciare ciò che appesantisce per slanciarsi verso ciò che ci rende autenticamente noi stessi.
Prende forma così la possibilità di sperimentare l’essere in cammino tra noi di Gesù. Del resto, è stata questa la sua promessa: “Dove sono due o più uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Cosa ci unisce davvero? Se l’unità, che non è uniformità, ma valorizzazione della differenza, prende forma dal dono reciproco, dall’ascolto, dalla disponibilità al servizio, ogni cosa assume il timbro di una esperienza qualitativamente nuova, ed è forse lì che occorrerà continuare a camminare nella certezza di una meta che non è semplicemente ciò che si fa o si farà, ma la gioia nel vivere ogni cosa scoprendo il proprio posto nel mondo.
Presentazione di Gesù al tempio

I miei occhi hanno visto la tua salvezza
Lc 2,22-40
#parlamidilui
Giorgia e Nicolò, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Rimini, 38 anni
Alla Capanna di Betlemme, realtà che ospita persone senza fissa dimora, è difficile vivere l’attesa: tutte le sere in stazione, nel momento dell’accoglienza, ci si dicono due parole prima di andare a casa, in Capanna. Poi si trascorre una serata insieme, a giocare a carte, a lavare i piatti per tutti, semplicemente cenando e poi andando a letto, dopo una bella doccia calda.
Dopo questa serata c’è chi torna, c’è chi va via e c’è chi rimane vent’anni. Ma quello che si vive il giorno dopo, non lo sappiamo mai, che siano gioie o dolori, fatiche da soli o insieme: il carattere vero, la storia, le “bugie”, i pianti, i traumi che sono parte di ognuno di noi. Purtroppo troppo spesso ci giudichiamo a vicenda invece di conoscerci in verità, di sentirci attesi, di cogliere la salvezza!
E’ quello che fa Simeone, disposto ad aspettare una vita intera l’incontro che gli cambia la vita: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, luce per rivelarti alle genti”.
E allora… buttiamoci! Ogni persona è qualcosa da aggiungere al nostro io, andiamo incontro all’altro per incontrare la Salvezza. Amiamo per primi come don Oreste che ci diceva: “Tra il bene e il male non si può essere neutrali; se non scegli il bene, automaticamente preferisci il male. Quanto è bello scegliere sempre il bene, decidersi per Gesù: con lui hai Dio, cioè hai tutto”.
Dalla Parola alla vita
Giorgia, Maia, Pietro, 18 anni, r/s del Clan Parsec, Rimini 1
Grazie, Gesù, per le esperienze che ci stai facendo vivere nel nostro servizio.
Quando incontriamo gli ospiti della Capanna capiamo che per loro è importante essere considerati dagli altri, per loro ogni persona che c’è è un valore aggiunto perché per loro significa “essere considerati da una persona in più”. Il modo in cui stiamo con loro è accogliente, non giudicante, capiamo che non è che gli miglioriamo la vita ma li ascoltiamo, stiamo lì accanto a loro a condividere quel momento, ad ascoltare ciò che hanno da condividere rispetto alla loro vita.
Grazie per avermi fatto incontrare Daniele, un signore che ha perso il lavoro ed è finito a vivere per strada e dopo un po’ è riuscito a risollevarsi e a dare una dignità alla sua vita, Daniele è per me un esempio, quando le cose non vanno bene nella mia vita penso a lui!
Quando ne parlo con i miei amici mi ascoltano, mi rendo conto che questa contraddizione che per me è la quotidianità, per loro non è neanche immaginabile …. questa contraddizione verso la cultura dominante che crea scarti al posto dell'umanità,
Grazie, Signore, di farci vivere in questa contraddizione verso tutto ciò che “intorpidisce e intiepidisce i cuori” come diceva Don Alessandro oggi.
III Domenica del Tempo Ordinario

Oggi si è compiuta questa Scrittura.
Lc 1,1-4;4,14-21
#parlamidilui
Irene, capo scout Campobasso 5, 20 anni
Il vangelo di questa domenica ci parla della relazione più forte che due persone possono costruire: l’amicizia.
Infatti l’evangelista Luca nel suo Vangelo si rivolge a Teofilo, che significa “Amico di Dio”, ma in realtà si sta rivolgendo a tutti noi Amici di Dio.
Allo stesso tempo è proprio Luca che ci rivela il motivo per il quale ha voluto raccontare la vita di Gesù: perché è rimasto affascinato dai racconti di coloro che hanno visto e sono stati discepoli di Gesù. Quindi fa ricerche e approfondimenti su di Lui, perché desidera avvicinarsi a Gesù e conoscerlo.
Un po’ come facciamo nella vita di tutti i giorni quando vogliamo conoscere una persona: le andiamo vicino, per incontrarla, la conosciamo e cerchiamo di passare molto tempo insieme a lei.
Infatti quando penso alla mia relazione con Gesù, penso sicuramente ad un’amicizia, così profonda che si costruisce giorno dopo giorno. Gesù non è solo un amico lontano o una figura storica; Lui è qui, con me, nel mio cuore, e mi ascolta in ogni momento, anche quando non so come esprimere ciò che sento. È come quell’amico a cui vuoi subito raccontare una cosa che ti è appena successa, o gli vuoi confidare un’emozione che stai provando.
È un amico così speciale che risponde ai miei messaggi nei modi più creativi, usando le persone a me vicine, oppure coloro che non mi sarei mai aspettato. Ma soprattutto Gesù mi parla attraverso la Sua Parola, quel mezzo che mi permette di accoglierlo nella mia vita, per renderla speciale e preziosa.
Le parole in un’amicizia sono molto importanti, perché consentono di andare incontro, di aprirci verso l’altro. Così fa Gesù con noi: l’ascolto della Sua Parola diventa l’invito ad andare verso di Lui, a costruire questa relazione basata sull’ascolto e la condivisione.
Gesù in questo Vangelo dice una cosa straordinaria: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Vale a dire che OGGI Lui si fa vivo dentro di noi, nelle nostre vite. OGGI Lui ci chiede di diventare suoi amici, perché è venuto tra noi per “portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi”, ma per farlo ha bisogno di noi, di me e di te…ha bisogno di amici veri.
Per questo motivo ogni giorno, mi impegno e tento di vivere come un “Testimone Vivente” della Sua Parola, che non significa solo parlare di essa, ma viverla in ogni gesto, ogni passo, ogni attività che compiamo. La fede è un cammino che si vive nelle piccole cose di ogni giorno, nei gesti di cura, nelle relazioni, nel servizio verso gli altri. Ed è questo che cerco di fare in tutte le attività che riempiono la mia vita: l'animazione in parrocchia, il mio impegno negli scout, il servizio nell'equipe social della Pastorale Giovanile dei Frati Minori della provincia di Puglia-Molise.
Gli scout sono da sempre il mio punto di riferimento. Da quando ero piccola, mi hanno insegnato che la comunità è un luogo in cui ci si aiuta a vicenda, dove il vero amore si manifesta nell'azione. Ogni incontro è l'occasione di vivere la Parola di Dio. Ogni sorriso, ogni gioco, ogni parola di conforto è una testimonianza di quell'amore incondizionato che ci viene donato. Ogni campo, ogni uscita, ogni attività è un'opportunità per testimoniarmi come cristiana, per portare il Vangelo nelle piccole cose quotidiane, che si tratti di un fuoco acceso attorno al quale ci raccontiamo storie o di una mano tesa per aiutare un amico. Credo tanto nel potere della fraternità, del rispetto e del servizio reciproco, e mi sembra che gli scout siano una scuola in cui posso vivere questi valori con gli amici che scelgo di avere accanto.
Un’altra parte fondamentale della mia vita è il servizio nell’equipe social della pastorale giovanile dei frati minori della provincia di Puglia – Molise. Il nostro impegno è quello di promuovere sui nostri canali social (@povfrancescano su Instagram, Facebook e Tiktok) le tante attività che svolgiamo con la Pastorale Giovanile, come le “Officine Creative”, il “Cantiere Francescano” e la “Marcia Francescana”. Questo impegno mi consente di arricchirmi ogni giorno di più perché mi permette di fare fraternità con gli altri amici che condividono con me questo servizio, ma soprattutto mi aiuta ad avere uno sguardo più attento sulla cura delle parole da usare nei nostri contenuti.
E infine, c'è la mia vita da studentessa di infermieristica. Qui, il mio essere “testimone vivente” della parola di Dio assume una forma ancora più concreta. L'ascolto attento, la gentilezza, la pazienza sono tutti modi con cui cerco di testimoniare l'amore di Cristo.
Ogni giorno, in tutte le attività che svolgo, cerco di far riflettere gli altri, ma soprattutto me stessa, su come la fede possa trasformare la quotidianità, rendendola straordinaria e piena di originalità. E tutto questo nasce da una semplice ma straordinaria amicizia tra me e Gesù. La nostra amicizia è un dono grandissimo della mia vita, e come ogni cosa bella me ne devo prendere cura e come farlo lo scopro sempre di più ogni giorno. Accogliere Gesù nelle nostre vite lo possiamo fare tutti, perché Lui viene ad abitare nella nostra semplicità, sta a noi aprirgli la porta!
Dalla Parola alla vita
Antonio, frate minore, 43 anni
OGGI hai promesso a Te stesso di essere mio AMICO, perché sai che senza di te Mi sarei perso.
OGGI hai dato fiducia alla mia vita anche quando io su di me non avrei scommesso nemmeno un centesimo.
OGGI, e non ieri, hai permesso che la mia vita diventasse “un anno di grazia” perché Tu mi ami.
OGGI sento di dirti GRAZIE per tutto quello che mi doni, il mio essere frate, il mio essere parroco, il mio essere assistente e non per elencare i miei incarichi ma solo per dirti che ancora poco è il mio GRAZIE.
I miei occhi si sono posati su di Te e ho visto che Tu già mi guardavi.
Mi hai guardato attraverso gli occhi di Francesco, dei suoi figli.
Sei Tu che muovi i miei passi, sei Tu guidi il mio cammino, sei tu che cerco di annunciare sempre: mentre prego e mentre celebro, mentre cammino e mentre sto fermo, mentre bevo uno spritz e mentre tengo una catechesi.
Tu è solo Tu perché anche se non dovesse essere così, come scrive Fabrizio Moro nella sua canzone “Oggi”: “Perché io vedo te, Te che mi porti altrove…”.
Ecco è in “quell’altrove” che vorrei portare coloro che mi avvicinano, quell’Altrove che sei Tu, quell’Altrove dove io mi sono sentito accolto, coccolato, voluto bene, quell’altrove che ha il sapore della quotidianità ma che profuma immancabilmente di straordinarietà.
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». (Lc 4, 18-19)
Questo farò fino a quando me lo concederai e quando avrò finito il mio “divino mistero” mi addormenterò in Te.
II Domenica del Tempo Ordinario

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù.
Gv 2,1-11
#parlamidilui
Marco, rover Rutigliano 1, 20 anni
Se dovessi raccontare di una relazione con Lui, mi verrebbe da immaginare un cammino, un percorso che evolve con il tempo, con le domande, con le difficoltà e anche con i momenti di serenità. Non è qualcosa che accade tutto in un attimo, ma piuttosto è un processo che si sviluppa, a volte in modo inconsapevole, altre volte con una consapevolezza sempre maggiore. È come conoscere qualcuno piano piano, scoprirne la profondità, imparare a fidarsi di lui, soprattutto nei momenti più fragili.
Per me, conoscere Gesù è stato un processo graduale, che è iniziato con delle riflessioni intellettuali, ma che si è poi radicato nel cuore. Ho iniziato a capire chi fosse Gesù come una presenza viva, che offre speranza e amore incondizionato. L'ho conosciuto attraverso le parole degli altri, le storie che mi sono state raccontate, la vita. E, via via, mi sono reso conto che, più mi avvicinavo a Lui, più sentivo che c'era qualcosa di tangibile, di reale.
Il nostro rapporto si è sviluppato lentamente, come una conversazione che inizia da lontano e che si fa sempre più intima. Inizialmente, ci sono state delle fasi di dubbio, di incertezze, dove mi chiedevo se veramente fosse possibile avere una relazione personale con qualcuno che non vediamo fisicamente. Ma con il tempo, attraverso la preghiera, la meditazione, e soprattutto l’ascolto, ho percepito la sua presenza in momenti inaspettati: nel bene, nella forza che veniva fuori nei momenti di difficoltà, in quella sensazione di pace che emergeva quando il mondo intorno a me sembrava caotico, ma soprattutto nell’altro. È così che ho davvero conosciuto Gesù e l’ho poi incontrato in me, oltre che negli altri.
Una volta, in particolare, ho sentito la Sua vicinanza in un momento difficile e ho avvertito la sensazione di non essere solo. In quel momento, ho capito che Gesù non era solo una figura lontana, ma una presenza reale che camminava con me, che mi accompagnava anche nei momenti più bui. Non c’erano risposte immediate ai miei problemi, ma c'era una certezza che quella vicinanza bastava a farmi sentire meno solo.
Continuo ad incontrarlo sempre intorno a me, nel volto di una persona senza fissa dimora, nel volto di un immigrato, di un volontario… In questa maniera alimento costantemente il mio rapporto con Lui.
La cosa che più mi ispira fiducia in Gesù è la Sua costante promessa di amore incondizionato e di perdono. La Sua capacità di vedere oltre le nostre debolezze e fallimenti, e di offrire una nuova possibilità ogni volta che cadiamo. È un amore che non giudica, che accoglie, che non si stanca mai di tendere la mano, anche quando noi stessi facciamo fatica a credere in noi stessi. È questo che dà fiducia: sapere che, indipendentemente da quello che facciamo o non facciamo, la Sua presenza è lì, che ci sostiene e ci guida, sempre pronto a rialzarci.
Dalla Parola alla vita
Annalisa, capo fuoco Rutigliano 1, 43 anni
Mi hai sorpreso Dio, in un tempo che pensavo fosse il mio ed invece era il Tuo, anzi il nostro!
Ero certa che avessi già compiuto la tua volontà su di me, che la vita, per quel che credevo essere il mio giro di boa, mi avesse dato abbastanza, forse anche tutto, ed invece è ora ed è qui che stai compiendo l’inatteso. Ogni giorno ti invoco, ti cerco, ti incontro Signore ed ogni giorno ti trovo, ti stringo e mi stringi nella grazia del tuo Amore, nella grazia del vino nuovo che mi stai donando alla soglia dei 44 anni.
In uno dei tempi per me più amari ed aspri di sempre ho imparato, o almeno ci ho provato, a cercare, come Maria, la gratitudine, ad esercitare il cuore alla gratitudine. Ho chiesto a Maria di diventare la mia compagna di strada, mi ha spronata a mettermi in cammino, con una piccola fiammella accesa affinché non cadessi troppo spesso e che mi desse il coraggio di continuare un passetto alla volta. Lungo la strada ogni passetto è stato un re-incontro di grazia: con i ragazzi del clan, con mio marito, con le mie figlie, con la mia famiglia, con la comunità capi, ma anche un nuovo incontro di grazia con amici senza fissa dimora, con persone del mio stesso paese mai “viste” finora, con la povertà che sempre è esistita ma che io non avevo mai guardato per davvero, accecata com’ero dalla miseria dei miei sentimenti troppo protesi allo sconforto. Camminando ho scoperto allora che la grazia è la magia celata nelle cos,e e soprattutto nelle persone, che è il segno di Dio che c’è nella vita che mi accade. Camminando ho cambiato lo sguardo. Dal vuoto al pieno. Dalla paura e dal buio al coraggio e alla luce. Un passetto alla volta ho convertito il cuore facendolo diventare uno spazio pieno riempito da Dio.
Siamo abituati a pensare che si dica grazie per educazione, per cortesia, ma la gratitudine credo sia piuttosto uno stato dell’anima. Per quanto tempo questo stato l’ho obbligato in un pertugio nascosto, presa com’ero dalla vita che scorre e che ho lasciato mi scivolasse addosso. Se penso a tutta la grazia che il Signore mi ha donato e a quanta grazia ho voltato le spalle, limitandomi solo a bisbigliargli un “grazie” a cuore e denti stretti. Quando è la grazia che ti riempie, l’anima la senti, eccome! Ti senti vivere di Amore.
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